I TAFAZZI DELL’EUROPA

A Terra! argomento scottante: le sanzioni imposte dall’Unione europea alla Russia, come conseguenza della crisi ucraina.
Molti di noi, quasi per un riflesso condizionato, vi leggono un ritorno alla guerra fredda. Nulla di più sbagliato.

Non c’è più una cortina di ferro a rendere i due mondi distanti e incomunicabili. La compenetrazione delle economie è un dato di fatto (basterà ricordare l’ultimo shopping, in ordine di tempo, dei capitali russi in Italia: la Malo, simbolo del cachemire italiano) e ogni azione “ostile”, al di là delle inevitabili ritorsioni, rischia di essere pagata anche da noi. L’Italia è il quarto partner commerciale della Russia, e non c’è prodotto del made in Italy che non conti, sul mercato estero, di una profittevole voce russa nel bilancio. Siamo legati alla Russia anche per il gas che si prepara a scaldare le nostre case.
E’ vero, per il 50% possiamo contare su riserve e sulle forniture  nordeuropee, sull’Algeria, sulla Libia (ma anche lì una politica tafazziana ci ha fatto passare dalla brace di un despota alla padella di un paese a pezzi, percorso da bande islamiste, trampolino per le sventure degli immigrati), e su tre rigassificatori che, al di là di ogni preoccupazione ambientale, garantiscono un margine di sicurezza.
Ma che succede se Mosca vieta l’attraversamento del suo spazio aereo ai voli di linea?
Per Alitalia forse non cambia molto, ma che succede se formaggi e prodotti ortofrutticoli, abbigliamento e mobili vengono bloccati alle frontiere?  E se i turisti russi (quasi 800mila presenze l’anno scorso, e difetti ampiamente compensati dalla propensione a spendere) non tornassero più?

Certo, avremmo la soddisfazione di avergliele cantate, e forse l’illusione di aver fatto capire che non si abbattono aerei civili come se nulla fosse. Certo, vedremmo la Russia alle prese con qualche difficoltà: il rublo ne sta già registrando, e anche la manifestazione dissidente dell’altro giorno a Mosca, è un segnale. Ma dovremmo ammettere di essere i primi a non credere all’accordo che venerdì ha portato OSCE, Mosca, Kiev e separatisti a firmare per una tregua e una fascia smilitarizzata.
Forse dovremmo concludere che l’intera linea ucraina è stata un fallimento:
abbiamo stuzzicato l’orso russo esattamente come il cercatori di funghi ha fatto con l’orsa Daniza, sapendo che poi non avremmo potuto aiutare l’Ucraina se non a parole, e tirandoci sulla soglia di casa un associato che avrà bisogno di grandi finanziamenti. E la Nato alle porte della Russia?

Invece di occuparci di Isis ed Ebola, andiamo a cercarci guai dove non serve. Ci guardiamo soddisfatti del nostro grado di civiltà quando guardiamo al voto scozzese, abbiamo promosso la secessione kossovara, e invece le aspirazioni –giuste o sbagliate che siano- degli abitanti di Crimea e Donbass valgono zero.  E’ curioso che l’Europa, del tutto impotente davanti al dramma siriano, parolaia sulla fine dell’Iraq, destituita di qualunque autorevolezza tra Israele e Gaza, sia capace di passare ai fatti solo attorno all’Ucraina. Tra l’altro con la convinzione errata che i signori e le uniche armi dell’Europa, le banche e i conti, i finanzieri e i ragionieri, possano aver ragione di nazionalismi profondi e capaci di soffrire in nome delle loro bandiere.  Andando dietro alle strategie dell’America nel momento più infausto: quando l’ America non ha strategie, e naviga a vista.

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