Tormento e tormentoni

Ci sono tre o quattro  tormentoni nel dibattito dopo Bruxelles.

Il primo riguarda le  smagliature dell’intelligence belga, e lo scarso collegamento europeo al riguardo. Entrambe evidenti, ma il problema sta a monte, ed è la determinazione politica a combattere il terrorismo. Non solo quando è distante migliaia di chilometri, ma quando si muove in Europa. Per anni ci si è illusi che fosse solo un problema americano e il frutto delle politiche di Bush, e noi eravamo spettatori. Per anni, nella illusoria convinzione che le primavere arabe avrebbero portato democrazia e pace, si è lasciato via libera ai militanti fondamentalisti: erano nemici sì di Mubarak, di Gheddafi, di Assad e di Ben Alì, ma anche nostri.  Per anni – mentre gli americani si facevano beffe di ogni diritto a Guantanamo – i nostri giudici si sono comportati con candore (devo ricordar il caso di Abu Omar, o quello di Moez Fezzani, probabilmente una delle menti del sequestro dei quattro italiani in Libia, assolto dal tribunale di Milano?).  Ancora oggi continuiamo a considerare un tabù la sospensione di Schengen, un santuario la privacy delle comunicazioni, un totem le garanzie che spettano a ogni indagato. La domanda cui i politici dovrebbero rispondere è: si può combattere il terrorismo con i modi quieti e normali di una pacifica democrazia oppure no ?  La risposta è difficile: è duro rinunciare a quello che fa dell’Europa uno spazio dei diritti e delle libertà, ed è triste considerare questi spazi un lusso che non ci possiamo più permettere.  Ma governare i conflitti richiede chiarezza, non lacrime e luoghi comuni.

Il secondo tormentone, molto diffuso, è il ritornello sulle colpe dell’Occidente. Evidenti anch’esse, nella guerra in Iraq, nella fine di Gheddafi, nell’ambiguità di molti alleati, Turchia o Arabia Saudita, nel confuso atteggiamento verso alcuni protagonisti, ribelli siriani o fratelli musulmani. Ripetercelo come un mantra ci impedisce di capire la natura del nemico, il suo essere figlio anche di un processo autonomo, che ha radici nel fondamentalismo islamico,  nel conflitto settario tra sunniti e sciti, nello scontro di egemonia tra Iran e Arabia Saudita. Siamo tanti piccoli Michael Moore: tutto ha inizio e fine in Occidente, persino l’11 settembre, siamo noi a occupare tutti i ruoli in commedia, il nemico è una comparsa.  Tra l’altro, è il comodo mantra di molti quieti musulmani: l’Isis è figlio degli USA e di Israele.

Il terzo tormentone è: “la religione non c’entra”. Rassicurante e banale: quale Dio può spingere a uccidere ?  La forza attrattiva dello Stato islamico sta invece proprio in una sua letterale interpretazione dei testi sacri, nel suo richiamo identitario. Cosa pensate abbiano gridato in arabo i terroristi all’aeroporto ? E’ un abuso del nome di Dio, certo. Ma non urlano, uccidendo e sgozzando, il nome della patria, o della tribù, o di qualche altro idolo. Né si uccidono pensando all’onore, o alla stanchezza di vivere, o alla solitudine. Lo chiamano “martirio”. I martiri cristiani sacrificavano la propria vita, non quella di altri. Potete chiamarli Daesh – come un fustino di detersivo – pur di non dire “islamico”, ma non cambia. Possono, i miei colleghi, chiamarli “Kamikaze” abusando la memoria di un altro tipo di combattenti, che non uccidevano i civili inermi, ma i fatti non cambiano.

La quarta preoccupazione di molti è risparmiare, salvare i flussi migratori: tanto questi sono nati e cresciuti qui. Non si accorgono che questo equivale a testimoniare il fallimento dell’integrazione, e a condannare gli effetti a lungo termine dell’accoglienza. Bisognerebbe essere chiari: fuggire da una guerra vuol dire essere ospitati in campi profughi – e non vergognosi come quelli in cui un’umanità avvilita sopravvive – in attesa di un ritorno a casa, non vuol dire diritto ad andare ovunque.  Se ci fosse una guerra in Italia mi aspetto di poter trovare riparo in qualche campo sicuro e degno ai bordi del mio paese, posso aspettarmi il diritto di andare a vivere, senza alcuna regolare procedura, in Alaska o in Australia ?  E persino le richieste di asilo, che chiunque può avanzare andrebbero riviste: che diritto ha un afghano o un pakistano di chiederlo ?  Non c’è nulla di vergognoso in voler migliorare la propria vita, ma sei un immigrato economico e il cambio della tua vita non può iniziare nell’illegalità.  E accoglienza vuol dire lavoro e integrazione, diritti e doveri, non Caritas e ghetti.

 

Il  quinto – e niente paura, ultimo – affanno di tanti è “salvare” le comunità islamiche.  I miei colleghi continuano a ripetere: colpito il cuore dell’Europa. Macchè, non si sono affacciati, i terroristi, alla Commissione Europea o al consiglio d’Europa, non hanno mirato ai burocrati o agli europarlamentari. Hanno colpito noi, i cittadini inermi. Hanno colpito dove era più facile, dove potevano contare su complicità, omertà, silenzi, paura di denunciare. Quattrocento sono i belgi che sono andati a uccidere in Siria e Iraq.  Quanti famigliari e amici hanno alle spalle ?  Gente che magari dissente, ma denuncerebbe mai un “collega” del congiunto ?  In che comunità sono cresciuti, questi Breivick dell’Islam ?  Comunità chiuse, e certo non aiutate a integrarsi in un Belgio diviso tra valloni e fiamminghi. Famiglie in cui l’appartenenza identitaria vuol dire sposare una correligionaria,  evitare costumi troppo occidentali, non perdersi in un’Europa che va bene solo quando fornisce assistenza sociale e lavoro, non cultura, stili di vita, libertà della donna, laicità o addirittura la libertà di scegliere un’altra religione, o nessuna.  C’è un ottimismo volenteroso e beneaugurante che ha portato il Comune di Milano a sponsorizzare un progetto della comunità islamica rivolto all’ educazione dei maschi al rispetto della donna. Sapete come si chiama il progetto ? Aisha, come la moglie bambina di Maometto. Persino gli impertinenti di Striscia non se ne sono accorti, raccontando una ingenua pedalata di donne islamiche nelle strade di Milano.  E’ islamofobia ? Neanche per idea: mi piacerebbe solo che le comunità islamiche, alla vista di un fondamentalista, reagissero come delle madri che scoprono uno spacciatore davanti alla scuola dei figli.

In attesa che i nostri politici, alla prossima strage e al prossimo talk show, riprendano il gioco dei buoni e dei cattivi.

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IL SEQUESTRO PARLA ITALIANO ?

moez fezzaniAdesso che trova conferma il sospetto che l’autopsia libica sui corpi di Failla e Piano fosse nello stesso tempo la riaffermazione di una vuota sovranità e il tentativo di rendere più confuse le circostanze della loro morte, qualcosa è invece più chiaro. I due italiani sono rimasti uccisi in un agguato nel quale è caduta la prima automobile del piccolo convoglio. Dalla seconda auto gli occupanti sono scesi probabilmente per arrendersi, e sono stati uccisi a freddo da più colpi, come succede in una guerra in cui non si fanno prigionieri. Era piuttosto chiaro già dalle foto pubblicate sul sito della brigata islamica autrice dell’agguato, dove si vede il corpo di una vittima, ma l’auto senza neppure un finestrino rotto, prima di essere bruciata. Ed era chiaro anche perché nelle prime immagini pubblicate sul sito, i due italiani riversi sul terreno venivano indicati come combattenti stranieri. Quando si sono accorti dello sbaglio, hanno cercato di accreditare altre versioni, e intorbidare l’autopsia.
Merita attenzione, adesso, la circostanza riferita, nella sua giusta rabbia, da Rosalba Failla: al telefono uno dei sequestratori le parlò in italiano. Calcagno, che secondo alcuni titoli la smentirebbe, dice invece di non aver mai incontrato qualcuno che parlasse italiano, ma di aver ricevuto raccomandazione di non dire cose sgradite nei contatti telefonici e nelle registrazioni, perché i sequestratori contavano su qualcuno in grado di capirle.
Chi poteva essere ? Avrebbe potuto essere il capo del gruppo, quel Nureddine Chouchane che aveva vissuto a lungo in Italia, e che è rimasto ucciso nell’incursione americana sul covo di Sabratha lo scorso 19 febbraio, Avrebbe potuto essere qualcun altro. Ad esempio un altro tunisino, Moez Fezzani, nome di battaglia Abu Nassim. Che è sopravvissuto al raid del 19 febbraio, e anche agli agguati di questi giorni, se è vero che ha guidato l’assalto alla città tunisina di Ben Guerdane. Che cosa è successo ? La cellula di Ansar Al Sharia, ormai completamente organica allo Stato Islamico che le aveva affidato il compito di reclutamento e smistamento di combattenti verso Sirte, in rotta, si è ritirata verso la madrepatria, la Tunisia. E lì, lunedì, con un piano non si sa se più ambizioso o disperato, ha dato l’assalto alla cittadina di Ben Guerdane, a trenta chilometri dal confine, con l’intento di proclamare una nuova provincia dello Stato Islamico, dentro la Tunisia. Contavano sicuramente su qualche simpatizzante, ma si aspettavano una vera insurrezione, nella città che vive di contrabbandi con la Libia. Non è andata così, e anzi, oltre che con la forte reazione delle forze dell’ordine e dell’esercito, hanno dovuto fare i conti anche con le pietrate con cui i civili li hanno bersagliati. Sconfitti, hanno lasciato sul terreno decine di vittime. Nella democratica Tunisia, oltre allo sconcerto, alla paura e al sollievo, adesso si dibatte sul selfie che un soldato si è scattato accanto ai nemici morti: c’è chi lo esalta, e chi dice che così facendo si finisce per assomigliare ai terroristi..
Moez Mezzani, che avrebbe diretto l’attacco dalle retrovie, è scampato ai rastrellamenti. Riapparirà: è uno specialista dello sparire nel nulla e ricomparire altrove, un terrorista dalle sette vite. Alcune delle quali trascorse in Italia. Nato a Tunisi il 23 marzo 1969, arriva a Milano a vent’anni e trova subito lavoro nell’edilizia. Va ad abitare con un amico in un appartamento in via Paravia 84, dalle parti di San Siro. Per anni è un lavoratore instancabile, e in regola. L’incontro con l’Islam combattente avviene negli anni ’90 attraverso un predicatore reduce dalla guerra in Bosnia. L’appartamento di via Paravia diventa una base per una ventina di ex combattenti che vivono tra Milano e Bologna. Il primo problema con la polizia è un reato in apparenza minore: nel 1997 Fezzani viene sorpreso a smerciare banconote false in bar e negozi tra Milano e Cremona. Nel 1998 la Procura e la Digos fanno scattare una delle prime retate di jihadisti, chiamata “operazione ritorno” perché riguarda proprio quei reduci dalla guerra in Bosnia. Dopo la Bosnia, dove i mujaheddin sono rimasti sostanzialmente isolati a Zenica, la guerra jihadista è esplosa in Algeria. E in Italia Fezzani è accusato proprio di sostenere i terroristi algerini, inviando reclute dal Pakistan e soldi da Milano, frutto dello smercio di banconote false. Ma quando scattano gli ordini di custodia cautelare, Fezzani è irreperibile. Sono scomparsi anche gli altri della rete italiana, sparsi sui fronti : tre tunisini muoiono in attentati-kamikaze in Iraq, il suo coinquilino di San Siro, dopo l’Algeria, verrà ucciso a Tunisi, nel dicembre 2006, mentre guida un commando armato.
Fezzani è andato più lontano: riappare in Pakistan, a Peshawar. Ha sposato una pakistana, è diventato padre (da allora diventa Abu Nassim), ma soprattutto è il responsabile della “casa dei tunisini a Peshawar»: è Abu Nassim ad accogliere i giovani e a smistarli nei campi talebani in Afghanistan dove imparano a usare armi ed esplosivi. Dopo l’11 settembre 2001, Abu Nassim viene catturato dagli americani e rinchiuso a Bagram, dove resta detenuto per anni, e infine trasferito a Guantanamo. Dove entra a far parte di un groviglio politico e giudiziario tra Stati Uniti e Italia: un “pacchetto” di tre detenuti che gli americani passano a Roma nel 2009. Obama vuole svuotare Guantanamo, e ritoccare un po’ quello che rappresenta, una sospensione dei diritti, le mani libere nel combattere il terrorismo. Maroni e Frattini , ministri degli Interni e degli Esteri sono perplessi. La magistratura italiana ha regole e garanzie diverse, ma c’è un appiglio: il 4 giugno 2007 il giudice milanese Guido Salvini ha emesso un’ ordinanza di custodia contro Fezzani per associazione terrorista, quale organizzatore del flusso di combattenti che dalle moschee milanesi di viale Jenner e via Quaranta verso l’Afghanistan. Così Fezzani nel novembre 2009 ritorna in Italia, con altri due ex di Guantanamo. Una consegna anomala perché una richiesta italiana di estradizione non è mai stata fatta, o meglio la richiesta della Procura di Milano è stata bloccata al Ministero perché Guantanamo è a Cuba e rivolgere una richiesta di estradizione da un carcere che non dovrebbe esistere è irrituale. Ridiventato così un nostro imputato, Abu Nassim resta in carcere in Italia fino al marzo 2012. L’imbarazzo della magistratura italiana è evidente e si traduce in una clamorosa assoluzione. Per il Tribunale di Milano Fezzani è “solo” un ideologo, non un combattente. Fezzani è libero, ma il Ministero degli Interni ne ordina comunque l’espulsione come soggetto pericoloso. Nell’aprile 2012 la polizia lo sta portando alla Malpensa quando riesce ad aprire una portiera e a lanciarsi dall’auto in corsa. E scompare, rifugiandosi in casa di un amico a Varese. Dove la polizia lo rintraccia e stavolta riesce a caricarlo su un aereo. Non senza lanciare una sfida: “Sentirete di nuovo parlare di me”.
In Tunisia – in quel momento governata dal partito islamico – torna libero. Nell’autunno 2013 Abu Nassim parte per la guerra in Siria con la brigata Al Battar, la prima a giurare obbedienza al Califfato. Nel 2014 si sposta in Libia, per gestire il nuovo campo per jihadisti, a Sabratha.
Le autorità tunisine dichiarano ufficialmente che i due terroristi della strage al museo del Bardo, così come il killer dei turisti sulla spiaggia di Soussa, sarebbero stati addestrati insieme in un campo dell’Isis in Libia. Proprio quello di Sabratha.
Può essere rimasto estraneo, Fezzani, al sequestro di quattro italiani ? Certo non era un semplice carceriere. La sua non è la storia del londinese di seconda generazione, o del rapper tedesco, o della ragazzina austriaca che raggiungono la jihad. Ha quasi cinquant’anni, è un capo, appartiene al nocciolo duro dell’islam combattente, temprato da anni di guerre. Era lui al telefono, o era un suo allievo a controllare gli appelli degli ostaggi. Ha controllato lui le trattative, quando il governo e l’azienda italiana si palleggiavano la grana rovente del riscatto ?
Non lo sappiamo, ma sappiamo che Fezzani sta facendo parlare di sé, di nuovo. E troviamo reticente il silenzio sul suo ruolo e le ripetute affermazioni sul profilo da criminali comuni dei sequestratori. Non ho ragione alcuna di dubitare dell’impegno dell’intelligence e delle polizie italiane: il fatto di aver evitato sinora guai peggiori – ultimo l’arresto dell’imam di Campobasso – stanno a testimoniarlo. Meno attrezzata, culturalmente, la magistratura (siamo il Paese che deve risarcire qualche decina di migliaia di euro ad Abu Omar….). E disarmante la politica, sempre timorosa di generare allarmi e sospetti, di turbare le politiche dell’accoglienza, fino a nascondere la realtà non esile dello jihadismo italiano. Questione di correttezza politica. La stessa che ha spinto il capo di stato maggiore della Marina militare italiana a scrivere un libro- “Sos uomo in mare” – sulla meritoria attività di salvataggio di migranti e sul recupero delle salme in mare. Aspettiamo “Sos uomini in India”, resoconto di un’operazione meno brillante.

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In morte di Giulio Regeni

In morte di Giulio Regeni

Viene da essere sopraffatti dalla morte di un giovane animato solo dalla voglia di capire e di studiare. Appassionato osservatore di un mondo così diverso dalla sua innocenza, dal suo carattere aperto e lieto, come si intuisce anche al solo guardarlo nelle fotografie. Ma questo sgomento non deve impedire di ragionare. Il regime di Al Sisi – un baluardo autoritario contro il fondamentalismo dei Fratelli musulmani, un alleato tutt’altro che impeccabile dell’Occidente – conduce la sua guerra vera, in Sinai, contro il terrorismo fondamentalista. E combatte, come ogni regime autoritario, anche le sue guerre più sporche – i servizi, gli squadroni, i desaparecidos – contro gli integralisti, e anche forze politiche, sindacati, gruppi e singoli che vorrebbero solo un po’ di democrazia.
Era una minaccia per il regime un giovane studioso che scriveva qualche articolo – in genere destinato a restare a lungo nei cassetti – per un piccolo giornale italiano e che elaborava una sua tesi di dottorato per l’università di Cambridge ? Fosse stato fastidioso, avrebbero potuto ritirargli il visto, espellerlo, o farlo sparire per sempre: ucciderlo così è un esito destinato a procurare solo imbarazzo al regime. Un interrogatorio finito male di sgherri deviati ? Le condizioni del suo povero corpo fanno pensare a un delitto accompagnato da odio.
Giulio aveva frequentato ambienti del sindacalismo indipendente. E naturalmente faceva domande, prendeva appunti, fissava appuntamenti. Fondamentalisti simpatizzanti di al Maqdisi – la branca dello stato islamico in Sinai – militanti dei gruppi più radicali, fratelli musulmani sfuggiti alla repressione infiltrano ogni accenno di opposizione. Il giovane studioso friulano parlava bene l’inglese, oltre ad aver studiato l’arabo. Frequentava l’Università americana del Cairo. Era facile scambiarlo per una spia. E’ stato facile sequestrarlo, e interrogarlo sotto tortura, per estorcergli quello che non poteva essere estorto a un innocente. Non c’era riscatto da chiedere, né sequestro da rivendicare. C’era un corpo morto utile a imbarazzare il regime.
Che se n’è imbarazzato, inventandosi un incidente stradale, o la criminalità comune, o addirittura il delitto sessuale. Perché accettare un’ipotesi diversa vorrebbe dire accreditare che neppure Il Cairo è sicura, che il baluardo presenta ampie crepe, che i turisti, dopo il mar Rosso, devono dimenticare anche le piramidi di Giza. Ricordate l’aereo russo precipitato nel Sinai ? Anche allora le autorità egiziane resistettero disperatamente, contro ogni evidenza, all’ipotesi terroristica.
Non cambia nulla, all’esito finale, che sia stato ucciso da un regime o dai fondamentalisti . Ma la verità sollecitata da tanti non può essere la prima che viene. Intendiamoci: non ritengo il regime egiziano al di sopra di ogni sospetto. Solo che non mi sembra logico, e anche l’orrore ha una sua logica. Un giornalismo facile, e un po’ di melassa, hanno spinto a paragonare Giulio a Valeria Soresin. A me è venuto piuttosto in mente Vittorio Arrigoni, ucciso dai fondamentalisti a Gaza nell’aprile 2011. Solo che Arrigoni era un militante, e questo non bastò a salvarlo dai sospetti. Poteva essere salvato Giulio dalla trasparenza dei suoi studi, dall’innocenza delle sue curiosità, dalla limpidezza del suo sguardo sorridente ? Il male, che vesta le divise di un regime o gli abiti del terrorismo, non sopporta di essere guardato negli occhi.

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DELLA PAURA

Mentre trovo bello e generoso da parte dei giovani di Parigi dire e scrivere “Io non ho paura”, mi pare assolutamente normale averne.  Mi hanno rivolto sempre una stessa domanda, le poche volte che vengo trascinato a raccontare le guerre che ho visto: non aveva paura?
Ho risposto sempre di averla provata ogni volta, la paura, e di non essermene mai vergognato.  Bisogna essere pazzi, o scemi, per non provarla, e bugiardi per negarlo. Continua a leggere

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STAVOLTA NON POSSIAMO NEPPURE DIRE: JE SUIS…

A quest’ora della notte i morti sono già più di cento. E non possiamo neppure dire Je suis Charlie.

Non hanno attaccato una redazione eretica e irridente. Dovremmo dire che siamo spettatori di una partita di calcio, o spettatori di un teatro, o passanti: gente quaunque, cioè noi siamo noi.

Non serve consolarci con la constatazione che la strage coincide con la liberazione di Sinjar, e forse con la morte di Jihadi John, e dunque con qualche rovescio dello Stato Islamico in casa sua. E quello di cui potremmo consolarci, noi italiani, non è nobile: hanno colpito la Francia per i bombardamenti in Siria, e a noi, che ci limitiamo a qualche istruttore, ci hanno solo minacciato, La realtà è che i morti di Parigi ci riportano a quello che vogliamo ogni volta dimenticare: la realtà di un guerra senza confini (il re di Giordania aveva ammonito ieri: la Siria ci sta trascinando nella terza guerra mondiale). Continua a leggere

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Idee da sbarco

Bisognerebbe chiudere gli occhi, davanti ai naufragi.
C’è una  distanza – noi qui e il mare, là – che autorizza a penare in linea di principio, ideale. E nello stesso tempo autorizza qualcun altro a essere indifferente, o peggio. Bisognerebbe immaginare noi stessi su una barca, o su una spiaggia,  e pensare a delle grida di aiuto, e pensarci intenti a calcolare se ce la facciamo a salvare lo sconosciuto che grida, se siamo in grado di tuffarci o gettare una fune o un salvagente (si chiama così per quello: “salvare la gente”). Bisognerebbe chiudere le orecchie, davanti alle inconcludente della politica, alle correttezze e alle scorrettezze della politica, a quell’argomentare da lontano.
Non è facile, non c’è una soluzione facile.
O almeno, nulla di immediato, che si possa fare domani. Però si può iniziare, e provare ad essere concreti, sapendo che alcuni slogan (blocco navale, o centri di identificazione in Libia) non sono giusti o sbagliati, sono irreali. E’ irreale pensare di fermare le barche con la forza, irreale pensare di distruggerle nei porti di partenza, irreale pensare alla Libia, dov’è chiusa persino l’ambasciata, come un posto in cui apri centri di identificazione o altro.

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La Tav e la libertà di parola

notavPer le cose di cui mi occupo con passione –e tra queste il radicalismo islamico – mi ha colpito molto di più l’uccisione con attrezzi da macellaio, a Dacca, in Bangladesh, del blogger  Washiqur Rahan – il suo blog si chiamava “Libero pensiero”- e mi preoccupa di più la sorte di Raif Badawi, il blogger saudita – un paese che l’Occidente coltiva come amico – detenuto per apostasia e sottoposto ogni tanto a una dose di frustate in pubblico. Ma vivo in Italia, ed Erri De Luca va sotto processo a Torino per istigazione a delinquere. Il reato si sarebbe concretizzato in una dichiarazione all’Huffington Post: è giusto sabotare la TAV.  Non mi piace, questo processo.

Non solidarizzo con lui in quanto scrittore, e  perché lo scrittore sia libero di dire quel che vuole.  Ho amato il suo primo libro, e poi mi sono un po’ perso, come lettore, ammirato dalla sua conoscenza di lingue e testi antichi, ma diffidente verso una scultura della parola che non è il genere di scrittura che preferisco.   Non mi fa ombra la comune frequentazione di Lotta Continua, quando eravamo giovani. Ho detto frequentazione, perché “appartenenza” include uno smarrirsi delle individualità nel collettivo, e Lotta Continua era molti modi di essere, e diversi, messi insieme. Per quel che ricordo, non mi riconoscevo nel suo modo.   Non mi influenza averlo rivisto, in incontri casuali, senza trasporto, perché mi appare  un raro caso di napoletano frenato negli slanci.  Né il fatto che abbiamo un amico in comune – Mauro Corona- con cui condivide una passione nobile, ma che non è la mia: arrampicare sui monti.  Non conosco bene la questione della TAV, ma non sono un sostenitore della sua realizzazione. Non amo il movimento No Tav, che mi pare ingolfato, come una rivoluzione siriana spossessata, da militanti senza valle, da bandiere che cercano pretesti,  da ideologie e opportunità di scontro.  Non lo difendo perché ha avuto un malore, poco tempo fa, o perché anni fa fu un generoso soccorritore delle popolazioni bosniache. Né perché è stato un operaio, in un paese in cui guardare le mani dei politici e persino dei sindacalisti lascia intuire esistenze vergini dalla fatica. Continua a leggere

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Il JIHAD, L’AEREO E I TALK SHOW

capuozzo
Ieri sera ho partecipato, a distanza, a Matrix.  E ho capito in prima persona la diffidenza che ho sempre provato per i talk show, indipendentemente dalla bravura del conduttore. Non si approfondisce nulla, tutto viene rapidamente portato dai politici alle nostre baruffe di cortile italiano, e in particolare sull’immigrazione, e se non urli sei solo.

C’erano due servizi, di Alfredo Macchi da Tunisi e di Fossa da Macomer, che in qualche modo confortavano quello che avevo detto nella puntata precedente. Ma io non volevo cantare vittoria – sulla pelle delle vittime del Bardo, poi, o sullo jihadismo “italiano” non mi sembra il caso – volevo ragionare andando un po’ più in là, sui temi della serata: gli arresti in una retata antiterrorismo, l’aereo caduto. Provo a farlo qui.

  • Gli arresti. I dettagli li conoscete: reclutamento per l’Isis. Credo sia sfuggita una cosa importante. L’albanese che  a Brescia, con lo zio, e all’amara insaputa del padre, lavorava a convincere un giovane tunisino di Como a partire,  il marocchino arrestato nel torinese, autore di un documento jihadista in italiano: erano tutti, con situazioni anagrafiche diverse, immigrati di seconda generazione:  italo-albanese, italo-tunisino, italo marocchino. Da un certo punto di vista questo è più allarmante del problema dell’infiltrazione sui barconi, o della predicazione nelle moschee italiane. Vuol dire che in una generazione cresciuta tra noi  la scuola,  la comunità locale,  famiglie desiderose di normalità hanno fallito,  l’integrazione ha riguardato la prima generazione, non la seconda.
  • L’aereo. Nulla potrà restituire la vita ai ragazzi tedeschi, al baritono e alla cantante, ai due neonati, ai centocinquanta destini del volo 9525. Ma in cuor mio sono tra quelli che si augurano il guasto tecnico, e temono l’ipotesi terroristica come una seconda e supplementare tragedia. Ma  alcune domande dobbiamo porcele:

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Il libro che Battisti dovrebbe leggere

battistiSi parla di Battisti, in queste ore. Per ricordare quella vicenda ecco la prefazione che scrissi qualche anno fa per il libro “Ero in guerra e non lo sapevo” di Alberto Torregiani.

“Ho pensato spesso a lui, negli ultimi tempi. Ogni volta che la cronaca ha raccontato quegli episodi, rapine in villa o assalti a un negozio, che riaccendono il dibattito sulla sicurezza, sulla legittima difesa, sull’impunità di bande straniere. E ho pensato a lui, ad Alberto Torregiani, come a una reliquia di un tempo lontanissimo, dimenticato, che sembra aver insegnato poco, e lasciato dietro di sé solo mute testimonianze. Un tempo che sembra, a rievocarlo adesso, una preistoria segnata da riti crudeli, da idee assolute, da protagonisti feroci, tutte cose che sembrano non appartenerci più, al punto da sembrare estranei, una cosa altra da noi. Al nostro tempo appartengono, anche quando è una cittadinanza intollerabile, altre storie, altri protagonisti: la violenza di rapinatori che parlano un’altra lingua, la minaccia di un terrorismo che ha reso il mondo un villaggio globale nel quale la vicinanza è minacciosa, e non c’è guerra che non finisca per riguardarci, per coinvolgerci, anche quando non siamo noi a dichiararla, a volerla.

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In guerra ogni trincea è buona

B92RO0LIcAA9vU_L’ho imparato sul campo: in guerra ogni trincea è buona. Ogni muro dietro il quale ripararsi, ogni buca in cui gettarsi per evitare di essere colpiti.  E dunque è normale che tutti continuiamo a farci schermo con le preoccupazioni quotidiane, con i nostri affetti e le nostre evasioni preferite, musica o calcio, libri o film, pettegolezzi  o passioni politiche.  Ma c’è qualcosa di nuovo, nella sfida lanciata dall’Isis.

La prima novità  è la natura delle sue tattiche. Noi guardiamo ai suoi avanzamenti e ai suoi arretramenti così come abbiamo imparato sui libri di storia, su guerre il cui scopo era di allargare o difendere confini, terre da liberare, governare, amministrare.  E l’Isis, a modo suo amministra (c’è un video di propaganda singolare nella sua ingenuità che mostra mezzi dello Stato islamico intenti a riparare strade) imponendo tasse e sharia, schiavizzando e distribuendo morte. Ma è nel suo DNA la guerra permanente: non può conoscere soste, pace o tregua.  E allora ogni colpo inferto all’Isis, la liberazione di Kobane o la progettata difficile liberazione di Mosul non metteranno fine alla minaccia. Continua a leggere

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