Marò: riproviamoci

Qui, a New Delhi il capo della Marina Militare, ammiraglio D.K. Joshi si è dimesso.
Lo ha fatto dopo l’incidente sul vecchio sottomarino Sindhuratna, comperato nel 1988 dall’allora Unione sovietica. Era stato riparato quest’anno, ma le batterie non erano state sostituite, e una perdita di idrogeno hanno causato un’esplosione, e le fiamme. Due ufficiali sono rimasti intrappolati e sono morti. Il ministro della Difesa Antony ha accettato le dimissioni, ma è polemica sull’inadeguatezza delle forniture militari, bloccate da tagli e scandali. Antony è, con il premier del Kerala Chandy, l’attore principale della saga di manipolazioni, costruita su elementi di indagine fragilissimi, che circonda la sorte dei due fucilieri di marina, qui trattenuti da due anni.

Nel pieno di una campagna elettorale che si concluderà tra due mesi, e che probabilmente è destinata a segnare la fine della dinastia Ghandi, è molto difficile che l’udienza del 10 marzo non si trasformi nel ventottesimo rinvio. Come è impossibile sperare in un provvedimento di libertà provvisoria in attesa di un processo: gli umori politici registrano, piuttosto, la richiesta di una restrizione alla semidetenzione dei due marò. Continua a leggere

Marò: l’innocenza è una carta selvaggia

Italia e India, sulla questione dei marò, sembrano due giocatori di poker che litigano su un dettaglio -la finestra aperta perché uno fuma troppe sigarette, la luce che l’altro vorrebbe più tenue  – evitando la madre di tutti i problemi, le carte che ognuno dei due ha in mano. Adesso l’intoppo che prolunga l’inchiesta dell’Agenzia Nazionale di Investigazioni indiana è la questione dell’interrogatorio degli altri quattro fucilieri di marina che erano, con Latorre e Girone, a bordo della Lexie, quel 15 di febbraio di un anno fa. Per l’India non vanno bene gli interrogatori via skype, nè via mail, nè l’invio di funzionari a Roma per effettuare l’interrogatorio. Per l’Italia non va bene inviare in India i quattro. La questione non è di poco conto, perché sembra che le raffazzonate perizie balistiche non abbiano confermato che a sparare siano state le armi sequestrate con  Latorre e Girone, e come si sa ogni arma è strettamente individuale e ogni arma lascia un segno unico sui proiettili. Continua a leggere