Marò, una memoria di parte

marò1Marò, tre anni di ingiustizia: il Corriere della Sera non se ne accorge, Repubblica fa un articolo sulla famiglia di uno dei due pescatori uccisi. Credo di poterlo dire senza ombre: è uno strano modo di ricordare che due cittadini italiani sono da tre anni in un limbo giuridico, accusati di aver sparato a due pescatori, senza che mai l’India sia riuscita a portarli a un processo, senza che l’Italia sia stata capace di un solo passo decisivo.  E’ uno strano modo, quello di Repubblica, perchè è peggio che pilatesco: di fatto è colpevolista. Ho detto senza ombre: “Terra! è stata la prima a occuparsi delle famiglie dei pescatori, intervistandole con Anna Migotto, nella primavera di tre anni fa”. Ho sempre considerato le famiglie dei pescatori vittime, così come considero Latorre e Girone vittime di un’ingiustizia. Ho sempre pensato che il tunnel giudiziario indo-italiano fosse un’ingiustizia per i due marò, e un’ingiustizia per la memoria dei due pescatori, omaggiata di due colpevoli a caso.

Continua a leggere

La suggestione dello jihadismo

jihadLe leggi, che pretendono di organizzare il mondo, faticano a modellarsi sull’infinita complessità dei destini personali. Da oggi, per decreto legge, è reato partire per combattere sul suolo straniero.  E allora vale anche  per Marcello Franceschi?

Il venticinquenne di Senigallia era in Siria come cooperante. Ha visto l’orrore, si è unito ai curdi di Kobane per combattere l’Isis. A leggerlo con i tempi lunghi della Storia è un decreto che condannerebbe  Garibaldi e  i volontari di Spagna, quel veneto che partecipò alla rivoluzione castrista e un ragazzo piemontese che morì in Salvador, e insomma un mucchio di persone che si batterono per cause giuste o sbagliate, ma sempre con una qualche generosità, e molte nobili illusioni.
Ma anche a leggerlo con gli occhi come fessure sul presente, non ci fa vedere nulla  sui processi ideali e psicologici che conducono a certe scelte definitive.  Siamo ignoranti, noi tutti, in materia, spaventati dal trionfo dell’orrore al punto da non capacitarci, dal ritenerlo follia incomprensibile. Continua a leggere

Il Colle dei famosi

mattarellaC’è stato un gran daffare intorno all’insediamento di Sergio Mattarella.
La cosa non mi ha affascinato, né colpito, se non per il coro delle lodi.
Non ho pregiudizi, aspetto di vederlo all’opera (la prima è vedere se davvero nominerà Di Paola come consigliere militare, dopo aver citato i marò: come mettere un incendiario a capo dei pompieri).
Ma ho come il sospetto che certo, la scadenza fosse importante, e però la cosa più importante fosse, per grandi elettori e grandi commentatori, il gioco delle parti, gli schieramenti, le mani di poker, il chi ha vinto chi ha perso, e il patto del Nazareno come ciambella di salvataggio o di dannazione: insomma l’eterna guerra civile italiana, senza spari, ormai solo un brusio di pianerottolo.

Continua a leggere

Al ballo degli ostaggi

greta e vanessaIl carnevale italiano  è iniziato un po’ prima della fine del mese.
Il tema questa volta è la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.
Non occorre mettersi la maschera  dei buonisti, per essere sollevati dalla loro liberazione, per esserne felici, per gioire del fatto che i coltelli degli sgozzatori sono rimasti inutilizzati, stavolta.
Non occorre indossare la maschera dei duri ed inflessibili, per ragionare  sulla loro ingenuità, e sulla ambiguità di quel volontariato.  Né serve  mettere la maschera dei taccagni, o dei ragionieri di Stato per dire che dodici milioni di dollari (o la metà, non importa) vanno a ingrassare le fila del terrorismo, e avrebbero potuto essere spesi altrimenti: potevamo avere loro vive senza pagare ? No.
Abbiamo pagato sempre, tranne per i colleghi di Quattrocchi e per Enzo Baldoni. Continua a leggere

CharlieHebdo, i rischi dopo la strage. Islamofobia? Non solo

charlieE’ piuttosto avvilente il riflesso condizionato con cui la correttezza politica obbliga in fretta  a sostenere, sin dalle dichiarazioni a caldo  che la strage di CharlieHebdo apre le porte al rischio di islamofobia.  Dunque: viene attaccata la libertà e chi sono le vittime?  Non i disegnatori, non i giornalisti, non i francesi, non tutti noi. Ma i musulmani.  Ora non c’è dubbio che i musulmani rischiano di essere vittime di un accresciuto pregiudizio, e di sospetto, e di una malevola attenzione.  Non è qualcosa che nasca oggi:  le decapitazioni, gli attentati, i sequestri avevano già prodotto qualcosa. E certo, la condizione femminile nell’Islam, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali, il velo e tutto il resto, diffuso anche in tanto Islam moderato, non accresce la simpatia. Ma i rischi che si corrono, al mio parere di non islamofobo, sono altri.

Il primo è l’oblio: ci siamo dimenticati di Theo Van Gogh, e nessuno ha mai citato Pim Fortuyn, sepolto in Italia. Abbiamo dimenticato Hina, la ragazza uccisa a Brescia da un consiglio di famiglia perché voleva vivere all’occidentale. Dimentichiamo  perché vogliamo illuderci, perché non riusciamo a capire, perché un conto è celebrare la Malala del Pakistan, un conto è guardare distratti alle stragi di Boko Haram, altra cosa  è considerarli atti, crimini e culture con cui condividiamo il tempo e il luogo: è scomodo. Preferiamo sorprenderci, come se non sapessimo della fuga degli ebrei di Francia. Come se i pensieri beneauguranti della correttezza politica fossero una protezione. In un certo senso siamo tutti delle Pippa Bacca con il suo abito da sposa insanguinato in Turchia, o delle volontarie partite entusiaste per la Siria. Continua a leggere

Afghanistan addio

afghanistanIl terrorista suicida che si è fatto esplodere ieri tra la folla che assisteva ad una partita di pallavolo nella provincia orientale di Paktika, Afghanistan, uccidendo più di cinquanta persone, probabilmente non sapeva della decisione di Obama di rallentare il ritiro americano dal paese, che ha destato polemiche negli Stati Uniti. O se lo sapeva, non gli importava nulla, perché la metastasi talebana pare indifferente a ogni agenda altrui.

Conta nulla che ci sia ora un governo di unità nazionale, e conta poco la riduzione a ventimila uomini di un contingente internazionale che era arrivato a schierarne 180mila.
Quel che conta, casomai, è approfittarne, seminare paura e ribadire che il divertimento, fosse pure solo una partita di pallavolo, è peccato.
I talebani sono a un’ora di auto dalla capitale, l’esercito e la polizia afghane non sembrano in grado di farcela da soli.
Lì in mezzo restano ancora duemila italiani, tra quelli inquadrati nelle strutture di comando a Kabul, e il grosso che, abbandonate le basi avanzate, si è ritirato a Herat, nell’ovest del paese.
A fine dicembre finirà una lunga missione che ha visto migliaia di italiani in divisa darsi il cambio nel tentativo di aiutare l’Afghanistan a non essere una palestra per il terrorismo internazionale e a intraprendere un cammino di democrazia. Continua a leggere

Gelsomini d’autunno

La rivoluzione tunisina, che diede la stura alle primavere arabe, è rimasta l’unica a non smarrirsi tra dittature o guerre. Domenica il 60% dei tunisini, smentendo i timori di una bassa affluenza alle urne, è andato a votare per il primo parlamento dopo il crollo del regime, quattro anni fa (le precedenti elezioni che avevano visto una schiacciante maggioranza del partito islamico erano state quelle dell’assemblea costituente).
Perché si temeva una diserzione dalle urne?
Perché molti entusiasmi si sono affievoliti, perché il paese è attraversato da una crisi economica cui si somma il calo del turismo, perché due anni di governo del partito islamico hanno spento molte speranze, e il governo tecnico che è succeduto non le ha riaccese. Ma soprattutto perché il voto a Ennahdha, il partito islamico, è considerato il voto di un elettorato fedele e militante, e dunque una bassa affluenza alle urne ne avrebbe facilitato quella che sembrava una vittoria annunciata. E invece, stando ai primi risultati, a vincere è Nidaa Tunes, l’Appello per la Tunisia, partito laico e riformatore, mentre Ennahdha vede i suoi consensi quasi dimezzati. Cosa c’è dietro questo voto?

Continua a leggere

La peste

pesteCe l’hanno insegnato al liceo, tra le righe, di Orano e dei topi che vengono a morire in strada e nei corridoi, annunciando una città in quarantena, e i destini messi alla prova: Camus come una metafora del male, del nazismo. Se dovessimo leggere lo spettro di Ebola come una metafora del nostro tempo, dovremmo dire che in controluce vediamo le decapitazioni dell’Isis, la fine di Kobane, il contagio jihadista fin nel cuore dell’Europa. Che non sta meglio di suo, dalle offese dei mutamenti climatici alla fine di un modello sociale ed economico, con generazioni intere votate alla precarietà, calo demografico e immigrazione non governata, e la silenziosa paura che nulla tornerà a essere come prima.

Non è l’assedio, ma l’insidia insistente e fastidiosa: non siamo malati, non siamo vittime del terrorismo, ma potremmo essere entrambe le cose, è questo il pensiero che fatichiamo ad ammettere.. E proviamo a vivere come sempre, solo un po’ più circospetti.

Continua a leggere

Non ci salveranno i selfie

selfieSiccome incomincia a fare freddo l’Ice Bucket Challenge – la secchiata d’acqua fredda-  lascia il posto a un’altra  iniziativa che si propone di essere benefica: il selfie appena svegliati, senza make up, promosso da Unicef, e già forte della partecipazione di alcune star.
Non ho nulla da dire su queste forme di beneficenza, e in realtà non ho nulla da dire neanche sulla mania dei selfie. Guardo ogni tanto sorpreso alle mode più estreme, certi selfie sui grattacieli o più intime, i selfie in bagno, ma non ho proprio nulla da dire, e mi capita di prestarmi a selfie con conoscenze occasionali che non trovano qualcuno davvero famoso. Mi incuriosisce solo che ho avuto a lungo per compagno di viaggio un cameraman, l’amico fraterno Salvo La Barbera, che si faceva i selfie prima che diventassero tali. E io lo prendevo in giro, dicendogli che mi davano un’idea di tristezza, quel braccio che si intravvede come se nessuno potesse scattarti una foto, una specie di manifesto della solitudine – così mi sembrava, e forse era orgogliosa autosufficienza – una masturbazione dell’immagine. Continua a leggere

Siamo tutti ostaggi ?

Fonti mediorientali lasciano intendere che le due ragazze italiane ostaggio in Siria di un gruppo fondamentalista potrebbero essere libere entro qualche giorno. E’ l’unica buona “notizia” in mezzo a tanto orrore e, forse, è intimamente legato a esso: il gruppo che le tiene in ostaggio, ed è avverso all’Isis, vorrebbe rimarcare questa sua diversità.
Speriamo sia davvero così, mentre tutto sembra precipitare: la decapitazione dell’escursionista francese non avviene nel calderone mediorientale, e colpisce uno davvero qualunque.
Non un giornalista, non un volontario, non uno entrato di sua volontà nell’occhio del ciclone, ma semplicemente un turista imprudente. e dunque è possibile per tutti noi identificarsi con lui, come era possibile pensare di essere un impiegato o un inserviente del World Trade Center, o un passeggero di Atocha o della Tube londinese: vittime per caso, e a caso.

C’è qualcosa di più: un gesto oscenamente rituale – la decapitazione – ripetuto non lungo una catena di comando, ma quasi per gemmazione, per imitazione, per risposta a un appello ai fai da te dell’orrorismo. Orrorismo? Il fatto di non limitarsi a uccidere nel mucchio, ma di moltiplicarne l’effetto con l’esibizione dell’orrore, generando l’onda lunga della paura. Continua a leggere