Semilibertà di informazione

Si sa che quella frase famosa (“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo””) non è mai stata scritta o pronunciata da Voltaire.
Altrimenti il silenzio generale davanti alle aggressioni contro troupes di Quinta Colonna e Dalla vostra parte da parte di tante vestali della libertà di informazione sarebbe un po’ strano.

#hope4kemo 1

 

Ieri avrei dovuto essere sul traghetto per Pantelleria. Invece guidavo da otto ore per strade secondarie dei Balcani. Mi sono fermato in una piazzola di sosta, dalle parti di Travnik. Credo di aver chiuso gli occhi per una decina di minuti. Quando li ho riaperti, davanti alla mia auto c’era un cane. Forse un cucciolo, a giudicare dalle zampe che promettevano una stazza più importante, ma con un’espressione già adulta nello sguardo, come certi cani di strada.  Non avevo niente da mangiare in auto. Non ho voluto scendere, perché sapevo che se lo avessi carezzato, o mi avesse scodinzolato, non avrei resistito alla tentazione di portarlo via, di sottrarlo al traffico, o a non so che. E invece devo fare altro. Ci siamo guardati, senza capire. Ho suonato il clacson perché si spostasse, e lui si è mosso, piano. Anch’io. La vita sa essere crudele, a volte.

Mi sono chiesto spesso, in quei pensieri avvitati su se stessi, se la vita sia stata crudele con Kemal, o invece sia stata generosa, dandogli sempre una seconda opportunità. E naturalmente quei pensieri implicano anche il destino, la fede,la vanità delle battaglie. Vengo al dunque: Kemal ha venticinque anni, e sta affrontando da due anni un tumore. Ha bisogno di essere operato con urgenza – il medico dice entro un mese – perché un linfonodo minaccia il rene.  Alla vigilia del ricovero a Sarajevo gli è stato detto che non è possibile operarlo qui. Con le  carte, in Italia, ho parlato con qualche medico, per capire se fosse una pietosa menzogna: no, è un’operazione complessa, ma si deve e si può fare.

Avrei voluto tenere questa storia nei confini del privato, per me e per Kemal,  Ma ho parlato con ospedali italiani e non è possibile operarlo se il suo paese non assume l’impegnativa per le spese, in convenzione (e si tratta di spese fuori dalla portata di un singolo, altrimenti ci avrei pensato da me).  Kemal è andato negli uffici preposti: no, questa operazione non la possono pagare. La sanità, qui, è alla frutta, negli ospedali mancano persino i guanti usa e getta. Torneremo alla carica, voglio premere e denunciare, ma tutti i miei amici qui sono pessimisti.  Che cosa fare ?  Avrò bisogno dell’aiuto di tutti e di ciascuno di voi. Non soldi, ma la pressione perché un ragazzo di venticinque anni abbia il diritto di sperare.

 

 

Falchi e colombe, Trump e Obama

 

Non ho alcuna ragione di apprezzare le scelte di Trump. Non è “il mio presidente” a partire dal fatto che non voto negli Usa.Quello che mi infastidisce è però la doppia morale, come sul muro con il Messico (iniziato da Clinton) e sulle espulsioni (Trump ne promette 3 milioni, Obama ne attuò più di due milioni e mezzo). Trump ricorda che l’America è un’orgogliosa nazione fatta di emigranti, io ricordo da giovane di aver dovuto riempire formulari da consolato dicendo di non essere comunista e di non aver parenti comunisti per ottenere un visto. E di aver passato ore sotto controllo di polizia, in transito a Miami e New York, perché in El Salvador avevo perso il passaporto in un attentato e viaggiavo con un documento sostitutivo. Obama nel 2011 bloccò per 6 mesi, non per tre, i cittadini iracheni, e compilò la lista (Terrorist travel prevention act 2015) dei 7 paesi islamici che Trump ha ricopiato. Bisognerà ricordare che c’è una cinquantina di paesi islamici risparmiati dall’editto. Bisognerà ricordare che in molti di quei paesi non entri se sul passaporto hai un timbro di Israele: non conta di quale paese sia il tuo passaporto, quale sia la tua religione, se non ti piaccia Netanyahu. E non si può non notare che è una lista ignorante: chi scappa dall’Iran è perché non sopporta più il regime degli ayatollah. Mancano alla lista due tra i paesi che forniscono il maggior numero di jihadisti: Pakistan e Tunisia. Ma soprattutto mancano – nella lista Trump/Obama – sia l’Arabia Saudita che il Qatar. Grandi finanziatori del fondamentalismo, amici dell’America di Obama e in affari con l’America di Trump: pecunia non olet.
Per chiudere: a me sembra un fesseria l’idea stessa della lista, perché la responsabilità è individuale e non vi può essere una messa all’indice all’ingrosso, collettiva. Ma forse è l’occasione per ragionare su qualcosa di più serio, e sono problemi che ci riguardano. Hanno ancora senso i confini ? E se la madre di tutti i capitalismi sta rinunciando alla globalizzazione, qual è il posto di casa nostra nel mondo ? Gentiloni dice “Società aperta e identità plurale”. In realtà a me pare che, paese impoverito e confuso, non abbiamo le porte aperte, in un’accoglienza degna di questo nome. Siamo semplicemente senza porte. Quanto all’identità, mi sembra siamo in crisi di identità, come italiani e come europei. Tutto si può rimproverare a Trump ma non il fatto che ci spinge a chiederci chi siamo e cosa vogliamo in punta di fatto, non di parole, di utopie, di schieramenti .

Nella foto, falchi da caccia in viaggio vero l’Arabia Saudita.

 

 

La notte dei cristalli di Natale a Berlino

 

Avresti potuto esserci tu, o io, o qualunque altro.  Perché chiunque di noi potrebbe andare a un mercatino di Natale, non è una funzione religiosa, né una manifestazione politica: siamo noi, intesi come folla indistinta, e appetibile come target proprio perché folla indistinta. Si dice, infatti, colpire nel mucchio.  Se tutto questo fa male, è inutile fingere sorpresa. Dobbiamo invece registrare che dalla sera di Nizza sono passati solo cinque mesi, e invece ci sembra più tempo, perché dobbiamo scavare in una memoria che rimuove, scansa, esorcizza. Allora meglio essere onesti, e dire che in quello che è successo ieri sera sono i dettagli che sorprendono, non il fatto che sia successo. Sorprende la lucidità coraggiosa di quell’uomo che ha seguito per due chilometri passo passo l’attentatore, a distanza di sicurezza, per passarlo poi alla polizia. Sorprende l’identità dell’attentatore: un pakistano arrivato come rifugiato lungo la via balcanica appena il febbraio scorso, neanche dieci mesi fa. Imbarazzante per la Merkel, ma imbarazzante per chiunque continui a spacciare i pakistani come profughi: da cosa ? Ripeto quello che ho detto molte volte: gli unici che avrebbero titolo a essere considerati profughi dal Pakistano sono le donne, o i cristiani. Per inciso: gli unici che non appaiono negli elenchi dei richiedenti asilo.

Sorprende la contemporaneità casuale con l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara. Per mano di un fondamentalista cresciuto nei ranghi della polizia (verrebbe da dire un Frankestein sfuggito di mano, un allievo che supera il maestro…) che spara in nome di Aleppo.  Anche qui un’altra coincidenza: poche ore prima Al Qaeda pubblica una lista delle ambasciate russe nel mondo, obbiettivi da vendetta: detto, fatto.  Un’altra coincidenza: nello stesso giorno lo Stato islamico diffonde da Raqqa un collage di video con minacce espresse in francese alla Francia, ma con sottotitoli in italiano – è la prima volta che avviene – anche nel tutorial in cui si insegna come fabbricare in casa una bomba artigianale, ma non meno letale.  E’ la gara che segnerà i prossimi mesi: lo Stato islamico che perde, molto lentamente colpi (che fine ha fatto la battaglia di Mosul su cui molti baldanzosamente avevano fatto partire il countdown ?), e Al Qaeda che si presenta come curatore fallimentare. Due aziende del terrore che si copiano i metodi, e le loro consociate tentate dall’idea di fusione, e il mondo come cavia della contesa.

Ma torniamo ad Aleppo. Dove è evidente che non si può non essere disorientati.  C’è una narrazione alla Srebrenica,  “ la città martire” vittima dei russi e del regime. E c’è una narrazione alla Saigon, la “città liberata” dai gaglioffi del terrore. Ci sono evidenti tentativi di maquillage, dall’una e dall’altra parte, e probabilmente la verità è che ci sono orrori da tutte le parti, non è un mondo di buoni da una parte e cattivi dall’altra. C’è qualcuno con cui stare ?  I civili, certo, ma è un’ancora di salvezza comoda, per dire che siamo confusi. Come mai non c’era neanche un giornalista occidentale nell’Aleppo martire ? C’ è una sola risposta: il timore, o la certezza, di sequestri.  Così non resta che sentirsi dei piccoli Obama, incerti sino all’ultimo sul da farsi, o  guardare alla Russia come l’unico vero avversario del fondamentalismo, oppure il nuovo Grande Satana,  che corrompe le elezioni altrui come faceva la vecchia America.

Di questa pasta di incertezze è fatta l’Europa di oggi, che piange Berlino. Non possiamo neanche dire “sono anch’io un berlinese” perché lo disse già John Kennedy, e non resta che colorare di giallo nero e rosso la Tour Eiffel e il Colosseo, una veglia non si nega a nessuno, specie sotto Natale. Da Berlino è prevista la partenza, il 26 dicembre, di una Marcia Civile per Aleppo, tre mesi a piedi verso la città siriana, come una manifestazione di solidarietà, apprezzabile, per i civili. E’ il corto circuito: generosi militanti  che percorreranno all’inverso la stessa rotta balcanica battuta dal pakistano che ha cominciato con l’uccidere un camionista polacco.  Arrenderci alla barbarie ?  Forse sarebbe il caso, intanto, di compiangere la nostra confusione, questo Natale permanente, questo presepio accogliente e comodo dove l’altro è sempre un Gesù Bambino, questa Europa irrilevante e marginale come un mercatino di rami d’abete, candele rosse e stelle filanti.

Trump, calma e gesso

 

E’ per me piuttosto piacevole girovagare tra il disorientamento dei commentatori dopo il trionfo di Trump. Passata in cavalleria l’abbaglio di tutti coloro che prevedevano la vittoria di Hillary – si sono presto perdonati – resta qua e là una specie di smarrimento, come se svegliandoti una mattina ti fossi ritrovato in una casa diversa da quella in cui ti eri addormentato. Naturalmente questo spaesamento non è solo dei giornalisti, ma anche  dei potenti cui spesso  sono contigui: non sanno che pesci pigliare: l’incontro a Berlino con Obama sarà una specie di rimpatriata tra reduci, e non vittoriosi. E vale, lo spaesamento anche per la gente comune, e a maggior ragione per chi ha una visione del mondo novecentesca. Per i militanti è più facile: Trump è il nuovo nazismo, e occorre ripartire dalle manifestazioni di Portland, o di Seattle.  E giù con i palliativi: ecco cosa succede se la sinistra non fa la sinistra, ecco lo spettro del populismo (per una volta, un vocabolo che non ci viene dall’inglese, ma da russo, a ricordarci i predicatori di un socialismo rurale, che tutto erano meno che di destra). I casi più buffi si fermano ai meccanismi elettorali e così, dall’Italia che non è capace di darsi una legge elettorale decente arrivano critiche al sistema elettorale americano – eh, Hillary ha preso più voti…anche Gore prese più voti ma perse con Bush – o si attardano sui sondaggi (eh, se i seggi fossero assegnati in base ai sondaggi, saltando a piè pari i voti..) o, innamorati delle masse solo se sono ubbidienti, mettendo in forse il suffragio universale, che fa votare anche la bassa cultura. Va da sé che anche i tentativi di destra di annettersi la vittoria di Trump, o di imitarne le ragioni, ha i suoi lati ridicoli.

Ma ha vinto Trump, e con questo bisogna fare i conti. Leggo le biografie del suo staff, per capirci qualcosa di più, e le sue prime interviste. Molto incentrate sulla politica interna. Dobbiamo essere spaventati dall’amputazione dell’Obamacare ? Per quel che so era stato un malriuscito tentativo di fare della sanità americana qualcosa di meno privato, di meno privilegiato, che si era tradotto in un aumento dei costi per le famiglie della classe media.  Ho sempre considerato la sanità italiana – pur con tutti i guasti che appartengono al file giornalistico della malasanità – qualcosa di cui andare fieri. Per quel che conosco l’America  ho sempre pensato che qualcosa del genere non appartenesse alla cultura di quel paese, dove l’idea stessa di Stato è molto diversa dalla nostra: loro amano la bandiera, amano la libera impresa,  e vedono lo Stato come qualcosa di ingombrante, noi sdegniamo la parola patria, tartassiamo le partite IVA, e ci accomodiamo nel ventre molle del pubblico impiego, delle sovvenzioni, dello Stato.

Caccerà i clandestini, Trump ? Non  so come si possano cacciare tre milioni di persone, forse bisognerà chiedere a Obama, che ha deportato negli anni della sua presidenza 2 milioni e mezzo di messicani (i numeri sono fastidiosi, ma meglio dei sondaggi). E se si limitasse a deportarne mezzo milione in più, cioè i tre milioni con precedenti penali sugli 11 milioni di “sans papier” cosa potremmo contrapporgli, la via italiana ?  Noi siamo il contrario: nessuno è clandestino, in Italia si entra, se si accetta di pagare e rischiare la traversata delle acque territoriali libiche, e si resta. Compreso chi commette reati. Se pensi che l’accoglienza è senza limiti, va bene. Se pensi che debba esistere un tetto che protegga la dignità degli accoglienti e degli accolti, è una via fallimentare. E il muro con il Messico ?  Ma perché, la Gran Bretagna che costruisce a sue spese un muro a Calais ?  E gli austriaci, gli sloveni, i tedeschi di Baviera, è l’onda populista e fascista o solo l’amara realtà che mostra come, quando l’insicurezza è un sentimento diffuso, i muri non sono così disprezzabile.  Il Papa ha il diritto e il dovere di predicare contro i muri, ma la cronaca dimostra che l’odioso muro d’Israele ha azzerato gli attentati suicidi, ha funzionato.  Quando io ero bambino si stava a porte aperte, adesso vanno le porte blindate: preferivo il prima –ho sempre amato le case americane senza rete di recinzione, ma lì se entri in casa d’altri rischi che ti sparino –  ma il dopo ha qualche spiegazione.

Di Trump, in realtà la cosa che mi preoccupa di più è la questione dell’ambiente.Sto a guardare con incertezza le eventuali misure protezionistiche, quasi un argine alla globalizzazione, ma non mi dispiace la sua visione del mondo, per ora abbozzata e rozza. Hillary Clinton avrebbe continuato a fare il muso duro con la Russia, a tentennare tra il dittatore Assad e una rivolta ormai islamizzata, a protrarre in eterno il sogno di esportare le democrazie, dall’Afghanistan alla Libia. Trump ha suonato la ritirata, le dimissioni dell’impero americano (non a caso Bush e i neocon erano contro di lui).  Vedremo le Nazioni Unite, che dalla Somalia in poi hanno inanellato disastri  cosa saranno capaci di fare, e vedremo l’Europa cosa sa fare di meglio: temo molto poco.  Vedremo la Nato, i cui sogni di grandezza – insieme con la UE hanno aiutato la crisi ucraina. Vedremo l’Italia, che resta con in mano il cerino della sua compagnia di militari in Lettonia, con il suo ospedale militare a Misurata. E vedremo come saranno i rapporti con la Cina, con l’Iran, con l’Egitto: tutto da scrivere, ma è un equilibrio planetario che salta e deve riaggiustarsi.  Certo, ci sono alcuni perdenti annunciati: dai palestinesi ai sauditi, ma non è detto che il banco saltato non li aiuti a cercare strade di affermazione del proprio diritto a esistere che non siano l’alternativa tra Hamas e una dirigenza corrotta gli uni, e la diffusione del wahabismo gli altri.  Insomma c’è da essere curiosi e preoccupati, ma con calma e gesso: il mondo si ridisegna, e non è un peccato.

Da ultimo, posto che non voglio neppure prendere in considerazione la minaccia ai diritti civili, alle libertà di orientamento sessuali o a quelle religiose (gli Usa hanno abbastanza anticorpi per scongiurarle, dovessero verificarsi. Quanto a quelle  non proprio religiose, che ci sia un cambio di atteggiamento verso l’Islam politico, dopo che i Fratelli Musulmani sono stati ricevuti alla Casa Bianca da Obama, è un bel passo in avanti), da ultimo so che quello che interessa di più è la conseguenza sul quadro politico italiano. Non lo so, ma mi sembra che molto di quello che sta dietro al voto per Trump in Italia sia già in atto da tempo: rifiuto della continuità, rancore contro la casta, crisi della sinistra, perdita di contatto con la realtà da parte dei media politicamente corretti.  Chi potrebbe cavalcare queste praterie di voti in libertà ? A pezzetti, Grillo (del tutto incerto sulle questioni delle immigrazioni) e Salvini (frenato dalla regionalità dei suoi consensi), ma entrambi, appunto, non sono una novità. E sul referendum ?  Dovessi guardare al fattore sorpresa, verrebbe da dire che sorpresa sarebbe che vincessero i SI’. Vincessero i NO c’è, come dall’altra parte, un bel pezzo di vecchio establishment in prima fila. Niente di nuovo sotto il pallido sole d’autunno.

Lo striscione e la notizia

Leggo del casino scoppiato a Trieste, dopo che il sindaco Di Piazza ha deciso di rimuovere lo striscione giallo che invoca verità per Giulio Regeni, che da tempo era esposto sulla facciata del municipio.  Fossi stato in lui non lo avrei fatto. Ma è inevitabile registrare che le polemiche sono scoppiate attorno a un simbolo, e non sulla questione di fondo: cosa si sta facendo per avere la verità sulla morte di Giulio Regeni ?  Domanda che mi pare accuratamente evitata anche da chi polemizza con la rimozione, al punto  da far sospettare l’eterna lite attorno ai simboli, all’identità, alle ideologie. Ed è curioso notare che nelle stesse ore a Rovereto, non dall’altra parte del mondo, viene ospitato il Segretario generale per le antichità egiziane, il dottor Mustafa Amin Mostafa. Semplice e nobile scambio culturale ? No, il segretario concede un’intervista – la potete rintracciare in rete – in cui parla a lungo di Regeni, discolpando il governo egiziano e accusando della sua morte un qualche servizio segreto straniero interessato a rovinare i rapporti tra Egitto e Italia.

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Tormento e tormentoni

Ci sono tre o quattro  tormentoni nel dibattito dopo Bruxelles.

Il primo riguarda le  smagliature dell’intelligence belga, e lo scarso collegamento europeo al riguardo. Entrambe evidenti, ma il problema sta a monte, ed è la determinazione politica a combattere il terrorismo. Non solo quando è distante migliaia di chilometri, ma quando si muove in Europa. Per anni ci si è illusi che fosse solo un problema americano e il frutto delle politiche di Bush, e noi eravamo spettatori. Per anni, nella illusoria convinzione che le primavere arabe avrebbero portato democrazia e pace, si è lasciato via libera ai militanti fondamentalisti: erano nemici sì di Mubarak, di Gheddafi, di Assad e di Ben Alì, ma anche nostri.  Per anni – mentre gli americani si facevano beffe di ogni diritto a Guantanamo – i nostri giudici si sono comportati con candore (devo ricordar il caso di Abu Omar, o quello di Moez Fezzani, probabilmente una delle menti del sequestro dei quattro italiani in Libia, assolto dal tribunale di Milano?).  Ancora oggi continuiamo a considerare un tabù la sospensione di Schengen, un santuario la privacy delle comunicazioni, un totem le garanzie che spettano a ogni indagato. La domanda cui i politici dovrebbero rispondere è: si può combattere il terrorismo con i modi quieti e normali di una pacifica democrazia oppure no ?  La risposta è difficile: è duro rinunciare a quello che fa dell’Europa uno spazio dei diritti e delle libertà, ed è triste considerare questi spazi un lusso che non ci possiamo più permettere.  Ma governare i conflitti richiede chiarezza, non lacrime e luoghi comuni.

Il secondo tormentone, molto diffuso, è il ritornello sulle colpe dell’Occidente. Evidenti anch’esse, nella guerra in Iraq, nella fine di Gheddafi, nell’ambiguità di molti alleati, Turchia o Arabia Saudita, nel confuso atteggiamento verso alcuni protagonisti, ribelli siriani o fratelli musulmani. Ripetercelo come un mantra ci impedisce di capire la natura del nemico, il suo essere figlio anche di un processo autonomo, che ha radici nel fondamentalismo islamico,  nel conflitto settario tra sunniti e sciti, nello scontro di egemonia tra Iran e Arabia Saudita. Siamo tanti piccoli Michael Moore: tutto ha inizio e fine in Occidente, persino l’11 settembre, siamo noi a occupare tutti i ruoli in commedia, il nemico è una comparsa.  Tra l’altro, è il comodo mantra di molti quieti musulmani: l’Isis è figlio degli USA e di Israele.

Il terzo tormentone è: “la religione non c’entra”. Rassicurante e banale: quale Dio può spingere a uccidere ?  La forza attrattiva dello Stato islamico sta invece proprio in una sua letterale interpretazione dei testi sacri, nel suo richiamo identitario. Cosa pensate abbiano gridato in arabo i terroristi all’aeroporto ? E’ un abuso del nome di Dio, certo. Ma non urlano, uccidendo e sgozzando, il nome della patria, o della tribù, o di qualche altro idolo. Né si uccidono pensando all’onore, o alla stanchezza di vivere, o alla solitudine. Lo chiamano “martirio”. I martiri cristiani sacrificavano la propria vita, non quella di altri. Potete chiamarli Daesh – come un fustino di detersivo – pur di non dire “islamico”, ma non cambia. Possono, i miei colleghi, chiamarli “Kamikaze” abusando la memoria di un altro tipo di combattenti, che non uccidevano i civili inermi, ma i fatti non cambiano.

La quarta preoccupazione di molti è risparmiare, salvare i flussi migratori: tanto questi sono nati e cresciuti qui. Non si accorgono che questo equivale a testimoniare il fallimento dell’integrazione, e a condannare gli effetti a lungo termine dell’accoglienza. Bisognerebbe essere chiari: fuggire da una guerra vuol dire essere ospitati in campi profughi – e non vergognosi come quelli in cui un’umanità avvilita sopravvive – in attesa di un ritorno a casa, non vuol dire diritto ad andare ovunque.  Se ci fosse una guerra in Italia mi aspetto di poter trovare riparo in qualche campo sicuro e degno ai bordi del mio paese, posso aspettarmi il diritto di andare a vivere, senza alcuna regolare procedura, in Alaska o in Australia ?  E persino le richieste di asilo, che chiunque può avanzare andrebbero riviste: che diritto ha un afghano o un pakistano di chiederlo ?  Non c’è nulla di vergognoso in voler migliorare la propria vita, ma sei un immigrato economico e il cambio della tua vita non può iniziare nell’illegalità.  E accoglienza vuol dire lavoro e integrazione, diritti e doveri, non Caritas e ghetti.

 

Il  quinto – e niente paura, ultimo – affanno di tanti è “salvare” le comunità islamiche.  I miei colleghi continuano a ripetere: colpito il cuore dell’Europa. Macchè, non si sono affacciati, i terroristi, alla Commissione Europea o al consiglio d’Europa, non hanno mirato ai burocrati o agli europarlamentari. Hanno colpito noi, i cittadini inermi. Hanno colpito dove era più facile, dove potevano contare su complicità, omertà, silenzi, paura di denunciare. Quattrocento sono i belgi che sono andati a uccidere in Siria e Iraq.  Quanti famigliari e amici hanno alle spalle ?  Gente che magari dissente, ma denuncerebbe mai un “collega” del congiunto ?  In che comunità sono cresciuti, questi Breivick dell’Islam ?  Comunità chiuse, e certo non aiutate a integrarsi in un Belgio diviso tra valloni e fiamminghi. Famiglie in cui l’appartenenza identitaria vuol dire sposare una correligionaria,  evitare costumi troppo occidentali, non perdersi in un’Europa che va bene solo quando fornisce assistenza sociale e lavoro, non cultura, stili di vita, libertà della donna, laicità o addirittura la libertà di scegliere un’altra religione, o nessuna.  C’è un ottimismo volenteroso e beneaugurante che ha portato il Comune di Milano a sponsorizzare un progetto della comunità islamica rivolto all’ educazione dei maschi al rispetto della donna. Sapete come si chiama il progetto ? Aisha, come la moglie bambina di Maometto. Persino gli impertinenti di Striscia non se ne sono accorti, raccontando una ingenua pedalata di donne islamiche nelle strade di Milano.  E’ islamofobia ? Neanche per idea: mi piacerebbe solo che le comunità islamiche, alla vista di un fondamentalista, reagissero come delle madri che scoprono uno spacciatore davanti alla scuola dei figli.

In attesa che i nostri politici, alla prossima strage e al prossimo talk show, riprendano il gioco dei buoni e dei cattivi.

IL SEQUESTRO PARLA ITALIANO ?

moez fezzaniAdesso che trova conferma il sospetto che l’autopsia libica sui corpi di Failla e Piano fosse nello stesso tempo la riaffermazione di una vuota sovranità e il tentativo di rendere più confuse le circostanze della loro morte, qualcosa è invece più chiaro. I due italiani sono rimasti uccisi in un agguato nel quale è caduta la prima automobile del piccolo convoglio. Dalla seconda auto gli occupanti sono scesi probabilmente per arrendersi, e sono stati uccisi a freddo da più colpi, come succede in una guerra in cui non si fanno prigionieri. Era piuttosto chiaro già dalle foto pubblicate sul sito della brigata islamica autrice dell’agguato, dove si vede il corpo di una vittima, ma l’auto senza neppure un finestrino rotto, prima di essere bruciata. Ed era chiaro anche perché nelle prime immagini pubblicate sul sito, i due italiani riversi sul terreno venivano indicati come combattenti stranieri. Quando si sono accorti dello sbaglio, hanno cercato di accreditare altre versioni, e intorbidare l’autopsia.
Merita attenzione, adesso, la circostanza riferita, nella sua giusta rabbia, da Rosalba Failla: al telefono uno dei sequestratori le parlò in italiano. Calcagno, che secondo alcuni titoli la smentirebbe, dice invece di non aver mai incontrato qualcuno che parlasse italiano, ma di aver ricevuto raccomandazione di non dire cose sgradite nei contatti telefonici e nelle registrazioni, perché i sequestratori contavano su qualcuno in grado di capirle.
Chi poteva essere ? Avrebbe potuto essere il capo del gruppo, quel Nureddine Chouchane che aveva vissuto a lungo in Italia, e che è rimasto ucciso nell’incursione americana sul covo di Sabratha lo scorso 19 febbraio, Avrebbe potuto essere qualcun altro. Ad esempio un altro tunisino, Moez Fezzani, nome di battaglia Abu Nassim. Che è sopravvissuto al raid del 19 febbraio, e anche agli agguati di questi giorni, se è vero che ha guidato l’assalto alla città tunisina di Ben Guerdane. Che cosa è successo ? La cellula di Ansar Al Sharia, ormai completamente organica allo Stato Islamico che le aveva affidato il compito di reclutamento e smistamento di combattenti verso Sirte, in rotta, si è ritirata verso la madrepatria, la Tunisia. E lì, lunedì, con un piano non si sa se più ambizioso o disperato, ha dato l’assalto alla cittadina di Ben Guerdane, a trenta chilometri dal confine, con l’intento di proclamare una nuova provincia dello Stato Islamico, dentro la Tunisia. Contavano sicuramente su qualche simpatizzante, ma si aspettavano una vera insurrezione, nella città che vive di contrabbandi con la Libia. Non è andata così, e anzi, oltre che con la forte reazione delle forze dell’ordine e dell’esercito, hanno dovuto fare i conti anche con le pietrate con cui i civili li hanno bersagliati. Sconfitti, hanno lasciato sul terreno decine di vittime. Nella democratica Tunisia, oltre allo sconcerto, alla paura e al sollievo, adesso si dibatte sul selfie che un soldato si è scattato accanto ai nemici morti: c’è chi lo esalta, e chi dice che così facendo si finisce per assomigliare ai terroristi..
Moez Mezzani, che avrebbe diretto l’attacco dalle retrovie, è scampato ai rastrellamenti. Riapparirà: è uno specialista dello sparire nel nulla e ricomparire altrove, un terrorista dalle sette vite. Alcune delle quali trascorse in Italia. Nato a Tunisi il 23 marzo 1969, arriva a Milano a vent’anni e trova subito lavoro nell’edilizia. Va ad abitare con un amico in un appartamento in via Paravia 84, dalle parti di San Siro. Per anni è un lavoratore instancabile, e in regola. L’incontro con l’Islam combattente avviene negli anni ’90 attraverso un predicatore reduce dalla guerra in Bosnia. L’appartamento di via Paravia diventa una base per una ventina di ex combattenti che vivono tra Milano e Bologna. Il primo problema con la polizia è un reato in apparenza minore: nel 1997 Fezzani viene sorpreso a smerciare banconote false in bar e negozi tra Milano e Cremona. Nel 1998 la Procura e la Digos fanno scattare una delle prime retate di jihadisti, chiamata “operazione ritorno” perché riguarda proprio quei reduci dalla guerra in Bosnia. Dopo la Bosnia, dove i mujaheddin sono rimasti sostanzialmente isolati a Zenica, la guerra jihadista è esplosa in Algeria. E in Italia Fezzani è accusato proprio di sostenere i terroristi algerini, inviando reclute dal Pakistan e soldi da Milano, frutto dello smercio di banconote false. Ma quando scattano gli ordini di custodia cautelare, Fezzani è irreperibile. Sono scomparsi anche gli altri della rete italiana, sparsi sui fronti : tre tunisini muoiono in attentati-kamikaze in Iraq, il suo coinquilino di San Siro, dopo l’Algeria, verrà ucciso a Tunisi, nel dicembre 2006, mentre guida un commando armato.
Fezzani è andato più lontano: riappare in Pakistan, a Peshawar. Ha sposato una pakistana, è diventato padre (da allora diventa Abu Nassim), ma soprattutto è il responsabile della “casa dei tunisini a Peshawar»: è Abu Nassim ad accogliere i giovani e a smistarli nei campi talebani in Afghanistan dove imparano a usare armi ed esplosivi. Dopo l’11 settembre 2001, Abu Nassim viene catturato dagli americani e rinchiuso a Bagram, dove resta detenuto per anni, e infine trasferito a Guantanamo. Dove entra a far parte di un groviglio politico e giudiziario tra Stati Uniti e Italia: un “pacchetto” di tre detenuti che gli americani passano a Roma nel 2009. Obama vuole svuotare Guantanamo, e ritoccare un po’ quello che rappresenta, una sospensione dei diritti, le mani libere nel combattere il terrorismo. Maroni e Frattini , ministri degli Interni e degli Esteri sono perplessi. La magistratura italiana ha regole e garanzie diverse, ma c’è un appiglio: il 4 giugno 2007 il giudice milanese Guido Salvini ha emesso un’ ordinanza di custodia contro Fezzani per associazione terrorista, quale organizzatore del flusso di combattenti che dalle moschee milanesi di viale Jenner e via Quaranta verso l’Afghanistan. Così Fezzani nel novembre 2009 ritorna in Italia, con altri due ex di Guantanamo. Una consegna anomala perché una richiesta italiana di estradizione non è mai stata fatta, o meglio la richiesta della Procura di Milano è stata bloccata al Ministero perché Guantanamo è a Cuba e rivolgere una richiesta di estradizione da un carcere che non dovrebbe esistere è irrituale. Ridiventato così un nostro imputato, Abu Nassim resta in carcere in Italia fino al marzo 2012. L’imbarazzo della magistratura italiana è evidente e si traduce in una clamorosa assoluzione. Per il Tribunale di Milano Fezzani è “solo” un ideologo, non un combattente. Fezzani è libero, ma il Ministero degli Interni ne ordina comunque l’espulsione come soggetto pericoloso. Nell’aprile 2012 la polizia lo sta portando alla Malpensa quando riesce ad aprire una portiera e a lanciarsi dall’auto in corsa. E scompare, rifugiandosi in casa di un amico a Varese. Dove la polizia lo rintraccia e stavolta riesce a caricarlo su un aereo. Non senza lanciare una sfida: “Sentirete di nuovo parlare di me”.
In Tunisia – in quel momento governata dal partito islamico – torna libero. Nell’autunno 2013 Abu Nassim parte per la guerra in Siria con la brigata Al Battar, la prima a giurare obbedienza al Califfato. Nel 2014 si sposta in Libia, per gestire il nuovo campo per jihadisti, a Sabratha.
Le autorità tunisine dichiarano ufficialmente che i due terroristi della strage al museo del Bardo, così come il killer dei turisti sulla spiaggia di Soussa, sarebbero stati addestrati insieme in un campo dell’Isis in Libia. Proprio quello di Sabratha.
Può essere rimasto estraneo, Fezzani, al sequestro di quattro italiani ? Certo non era un semplice carceriere. La sua non è la storia del londinese di seconda generazione, o del rapper tedesco, o della ragazzina austriaca che raggiungono la jihad. Ha quasi cinquant’anni, è un capo, appartiene al nocciolo duro dell’islam combattente, temprato da anni di guerre. Era lui al telefono, o era un suo allievo a controllare gli appelli degli ostaggi. Ha controllato lui le trattative, quando il governo e l’azienda italiana si palleggiavano la grana rovente del riscatto ?
Non lo sappiamo, ma sappiamo che Fezzani sta facendo parlare di sé, di nuovo. E troviamo reticente il silenzio sul suo ruolo e le ripetute affermazioni sul profilo da criminali comuni dei sequestratori. Non ho ragione alcuna di dubitare dell’impegno dell’intelligence e delle polizie italiane: il fatto di aver evitato sinora guai peggiori – ultimo l’arresto dell’imam di Campobasso – stanno a testimoniarlo. Meno attrezzata, culturalmente, la magistratura (siamo il Paese che deve risarcire qualche decina di migliaia di euro ad Abu Omar….). E disarmante la politica, sempre timorosa di generare allarmi e sospetti, di turbare le politiche dell’accoglienza, fino a nascondere la realtà non esile dello jihadismo italiano. Questione di correttezza politica. La stessa che ha spinto il capo di stato maggiore della Marina militare italiana a scrivere un libro- “Sos uomo in mare” – sulla meritoria attività di salvataggio di migranti e sul recupero delle salme in mare. Aspettiamo “Sos uomini in India”, resoconto di un’operazione meno brillante.

In morte di Giulio Regeni

In morte di Giulio Regeni

Viene da essere sopraffatti dalla morte di un giovane animato solo dalla voglia di capire e di studiare. Appassionato osservatore di un mondo così diverso dalla sua innocenza, dal suo carattere aperto e lieto, come si intuisce anche al solo guardarlo nelle fotografie. Ma questo sgomento non deve impedire di ragionare. Il regime di Al Sisi – un baluardo autoritario contro il fondamentalismo dei Fratelli musulmani, un alleato tutt’altro che impeccabile dell’Occidente – conduce la sua guerra vera, in Sinai, contro il terrorismo fondamentalista. E combatte, come ogni regime autoritario, anche le sue guerre più sporche – i servizi, gli squadroni, i desaparecidos – contro gli integralisti, e anche forze politiche, sindacati, gruppi e singoli che vorrebbero solo un po’ di democrazia.
Era una minaccia per il regime un giovane studioso che scriveva qualche articolo – in genere destinato a restare a lungo nei cassetti – per un piccolo giornale italiano e che elaborava una sua tesi di dottorato per l’università di Cambridge ? Fosse stato fastidioso, avrebbero potuto ritirargli il visto, espellerlo, o farlo sparire per sempre: ucciderlo così è un esito destinato a procurare solo imbarazzo al regime. Un interrogatorio finito male di sgherri deviati ? Le condizioni del suo povero corpo fanno pensare a un delitto accompagnato da odio.
Giulio aveva frequentato ambienti del sindacalismo indipendente. E naturalmente faceva domande, prendeva appunti, fissava appuntamenti. Fondamentalisti simpatizzanti di al Maqdisi – la branca dello stato islamico in Sinai – militanti dei gruppi più radicali, fratelli musulmani sfuggiti alla repressione infiltrano ogni accenno di opposizione. Il giovane studioso friulano parlava bene l’inglese, oltre ad aver studiato l’arabo. Frequentava l’Università americana del Cairo. Era facile scambiarlo per una spia. E’ stato facile sequestrarlo, e interrogarlo sotto tortura, per estorcergli quello che non poteva essere estorto a un innocente. Non c’era riscatto da chiedere, né sequestro da rivendicare. C’era un corpo morto utile a imbarazzare il regime.
Che se n’è imbarazzato, inventandosi un incidente stradale, o la criminalità comune, o addirittura il delitto sessuale. Perché accettare un’ipotesi diversa vorrebbe dire accreditare che neppure Il Cairo è sicura, che il baluardo presenta ampie crepe, che i turisti, dopo il mar Rosso, devono dimenticare anche le piramidi di Giza. Ricordate l’aereo russo precipitato nel Sinai ? Anche allora le autorità egiziane resistettero disperatamente, contro ogni evidenza, all’ipotesi terroristica.
Non cambia nulla, all’esito finale, che sia stato ucciso da un regime o dai fondamentalisti . Ma la verità sollecitata da tanti non può essere la prima che viene. Intendiamoci: non ritengo il regime egiziano al di sopra di ogni sospetto. Solo che non mi sembra logico, e anche l’orrore ha una sua logica. Un giornalismo facile, e un po’ di melassa, hanno spinto a paragonare Giulio a Valeria Soresin. A me è venuto piuttosto in mente Vittorio Arrigoni, ucciso dai fondamentalisti a Gaza nell’aprile 2011. Solo che Arrigoni era un militante, e questo non bastò a salvarlo dai sospetti. Poteva essere salvato Giulio dalla trasparenza dei suoi studi, dall’innocenza delle sue curiosità, dalla limpidezza del suo sguardo sorridente ? Il male, che vesta le divise di un regime o gli abiti del terrorismo, non sopporta di essere guardato negli occhi.

DELLA PAURA

Mentre trovo bello e generoso da parte dei giovani di Parigi dire e scrivere “Io non ho paura”, mi pare assolutamente normale averne.  Mi hanno rivolto sempre una stessa domanda, le poche volte che vengo trascinato a raccontare le guerre che ho visto: non aveva paura?
Ho risposto sempre di averla provata ogni volta, la paura, e di non essermene mai vergognato.  Bisogna essere pazzi, o scemi, per non provarla, e bugiardi per negarlo. Continua a leggere