STAVOLTA NON POSSIAMO NEPPURE DIRE: JE SUIS…

A quest’ora della notte i morti sono già più di cento. E non possiamo neppure dire Je suis Charlie.

Non hanno attaccato una redazione eretica e irridente. Dovremmo dire che siamo spettatori di una partita di calcio, o spettatori di un teatro, o passanti: gente quaunque, cioè noi siamo noi.

Non serve consolarci con la constatazione che la strage coincide con la liberazione di Sinjar, e forse con la morte di Jihadi John, e dunque con qualche rovescio dello Stato Islamico in casa sua. E quello di cui potremmo consolarci, noi italiani, non è nobile: hanno colpito la Francia per i bombardamenti in Siria, e a noi, che ci limitiamo a qualche istruttore, ci hanno solo minacciato, La realtà è che i morti di Parigi ci riportano a quello che vogliamo ogni volta dimenticare: la realtà di un guerra senza confini (il re di Giordania aveva ammonito ieri: la Siria ci sta trascinando nella terza guerra mondiale). Continua a leggere

Idee da sbarco

Bisognerebbe chiudere gli occhi, davanti ai naufragi.
C’è una  distanza – noi qui e il mare, là – che autorizza a penare in linea di principio, ideale. E nello stesso tempo autorizza qualcun altro a essere indifferente, o peggio. Bisognerebbe immaginare noi stessi su una barca, o su una spiaggia,  e pensare a delle grida di aiuto, e pensarci intenti a calcolare se ce la facciamo a salvare lo sconosciuto che grida, se siamo in grado di tuffarci o gettare una fune o un salvagente (si chiama così per quello: “salvare la gente”). Bisognerebbe chiudere le orecchie, davanti alle inconcludente della politica, alle correttezze e alle scorrettezze della politica, a quell’argomentare da lontano.
Non è facile, non c’è una soluzione facile.
O almeno, nulla di immediato, che si possa fare domani. Però si può iniziare, e provare ad essere concreti, sapendo che alcuni slogan (blocco navale, o centri di identificazione in Libia) non sono giusti o sbagliati, sono irreali. E’ irreale pensare di fermare le barche con la forza, irreale pensare di distruggerle nei porti di partenza, irreale pensare alla Libia, dov’è chiusa persino l’ambasciata, come un posto in cui apri centri di identificazione o altro.

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La Tav e la libertà di parola

notavPer le cose di cui mi occupo con passione –e tra queste il radicalismo islamico – mi ha colpito molto di più l’uccisione con attrezzi da macellaio, a Dacca, in Bangladesh, del blogger  Washiqur Rahan – il suo blog si chiamava “Libero pensiero”- e mi preoccupa di più la sorte di Raif Badawi, il blogger saudita – un paese che l’Occidente coltiva come amico – detenuto per apostasia e sottoposto ogni tanto a una dose di frustate in pubblico. Ma vivo in Italia, ed Erri De Luca va sotto processo a Torino per istigazione a delinquere. Il reato si sarebbe concretizzato in una dichiarazione all’Huffington Post: è giusto sabotare la TAV.  Non mi piace, questo processo.

Non solidarizzo con lui in quanto scrittore, e  perché lo scrittore sia libero di dire quel che vuole.  Ho amato il suo primo libro, e poi mi sono un po’ perso, come lettore, ammirato dalla sua conoscenza di lingue e testi antichi, ma diffidente verso una scultura della parola che non è il genere di scrittura che preferisco.   Non mi fa ombra la comune frequentazione di Lotta Continua, quando eravamo giovani. Ho detto frequentazione, perché “appartenenza” include uno smarrirsi delle individualità nel collettivo, e Lotta Continua era molti modi di essere, e diversi, messi insieme. Per quel che ricordo, non mi riconoscevo nel suo modo.   Non mi influenza averlo rivisto, in incontri casuali, senza trasporto, perché mi appare  un raro caso di napoletano frenato negli slanci.  Né il fatto che abbiamo un amico in comune – Mauro Corona- con cui condivide una passione nobile, ma che non è la mia: arrampicare sui monti.  Non conosco bene la questione della TAV, ma non sono un sostenitore della sua realizzazione. Non amo il movimento No Tav, che mi pare ingolfato, come una rivoluzione siriana spossessata, da militanti senza valle, da bandiere che cercano pretesti,  da ideologie e opportunità di scontro.  Non lo difendo perché ha avuto un malore, poco tempo fa, o perché anni fa fu un generoso soccorritore delle popolazioni bosniache. Né perché è stato un operaio, in un paese in cui guardare le mani dei politici e persino dei sindacalisti lascia intuire esistenze vergini dalla fatica. Continua a leggere

Il libro che Battisti dovrebbe leggere

battistiSi parla di Battisti, in queste ore. Per ricordare quella vicenda ecco la prefazione che scrissi qualche anno fa per il libro “Ero in guerra e non lo sapevo” di Alberto Torregiani.

“Ho pensato spesso a lui, negli ultimi tempi. Ogni volta che la cronaca ha raccontato quegli episodi, rapine in villa o assalti a un negozio, che riaccendono il dibattito sulla sicurezza, sulla legittima difesa, sull’impunità di bande straniere. E ho pensato a lui, ad Alberto Torregiani, come a una reliquia di un tempo lontanissimo, dimenticato, che sembra aver insegnato poco, e lasciato dietro di sé solo mute testimonianze. Un tempo che sembra, a rievocarlo adesso, una preistoria segnata da riti crudeli, da idee assolute, da protagonisti feroci, tutte cose che sembrano non appartenerci più, al punto da sembrare estranei, una cosa altra da noi. Al nostro tempo appartengono, anche quando è una cittadinanza intollerabile, altre storie, altri protagonisti: la violenza di rapinatori che parlano un’altra lingua, la minaccia di un terrorismo che ha reso il mondo un villaggio globale nel quale la vicinanza è minacciosa, e non c’è guerra che non finisca per riguardarci, per coinvolgerci, anche quando non siamo noi a dichiararla, a volerla.

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In guerra ogni trincea è buona

B92RO0LIcAA9vU_L’ho imparato sul campo: in guerra ogni trincea è buona. Ogni muro dietro il quale ripararsi, ogni buca in cui gettarsi per evitare di essere colpiti.  E dunque è normale che tutti continuiamo a farci schermo con le preoccupazioni quotidiane, con i nostri affetti e le nostre evasioni preferite, musica o calcio, libri o film, pettegolezzi  o passioni politiche.  Ma c’è qualcosa di nuovo, nella sfida lanciata dall’Isis.

La prima novità  è la natura delle sue tattiche. Noi guardiamo ai suoi avanzamenti e ai suoi arretramenti così come abbiamo imparato sui libri di storia, su guerre il cui scopo era di allargare o difendere confini, terre da liberare, governare, amministrare.  E l’Isis, a modo suo amministra (c’è un video di propaganda singolare nella sua ingenuità che mostra mezzi dello Stato islamico intenti a riparare strade) imponendo tasse e sharia, schiavizzando e distribuendo morte. Ma è nel suo DNA la guerra permanente: non può conoscere soste, pace o tregua.  E allora ogni colpo inferto all’Isis, la liberazione di Kobane o la progettata difficile liberazione di Mosul non metteranno fine alla minaccia. Continua a leggere

Siamo in guerra ?

isisNon c’è dubbio alcuno che lo Stato Islamico ci abbia dichiarato guerra, e dunque ci troviamo a fronteggiare una guerra. Ma le guerre hanno molti terreni, e tra i più importanti ci sono le reazioni psicologiche- la guerra dei nervi-  e la capacità di comunicare. A tradurre la nota massima francese dovremmo dire che in guerra bisogna andare come si va in guerra, attrezzati. L’Italia, invece, è messa male:

 1) Improvvide dichiarazioni del ministro degli esteri, e di quello della Difesa. In realtà gli unici a prenderli sul serio sono i nemici,  ci guadagniamo un po’ di minacce.

2) Renzi fa retromarcia e  rinvia tutto a un quadro Onu. A chiedere riunione del consiglio di sicurezza sono però Francia ed Egitto.
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Marò, una memoria di parte

marò1Marò, tre anni di ingiustizia: il Corriere della Sera non se ne accorge, Repubblica fa un articolo sulla famiglia di uno dei due pescatori uccisi. Credo di poterlo dire senza ombre: è uno strano modo di ricordare che due cittadini italiani sono da tre anni in un limbo giuridico, accusati di aver sparato a due pescatori, senza che mai l’India sia riuscita a portarli a un processo, senza che l’Italia sia stata capace di un solo passo decisivo.  E’ uno strano modo, quello di Repubblica, perchè è peggio che pilatesco: di fatto è colpevolista. Ho detto senza ombre: “Terra! è stata la prima a occuparsi delle famiglie dei pescatori, intervistandole con Anna Migotto, nella primavera di tre anni fa”. Ho sempre considerato le famiglie dei pescatori vittime, così come considero Latorre e Girone vittime di un’ingiustizia. Ho sempre pensato che il tunnel giudiziario indo-italiano fosse un’ingiustizia per i due marò, e un’ingiustizia per la memoria dei due pescatori, omaggiata di due colpevoli a caso.

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Al ballo degli ostaggi

greta e vanessaIl carnevale italiano  è iniziato un po’ prima della fine del mese.
Il tema questa volta è la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.
Non occorre mettersi la maschera  dei buonisti, per essere sollevati dalla loro liberazione, per esserne felici, per gioire del fatto che i coltelli degli sgozzatori sono rimasti inutilizzati, stavolta.
Non occorre indossare la maschera dei duri ed inflessibili, per ragionare  sulla loro ingenuità, e sulla ambiguità di quel volontariato.  Né serve  mettere la maschera dei taccagni, o dei ragionieri di Stato per dire che dodici milioni di dollari (o la metà, non importa) vanno a ingrassare le fila del terrorismo, e avrebbero potuto essere spesi altrimenti: potevamo avere loro vive senza pagare ? No.
Abbiamo pagato sempre, tranne per i colleghi di Quattrocchi e per Enzo Baldoni. Continua a leggere

Afghanistan addio

afghanistanIl terrorista suicida che si è fatto esplodere ieri tra la folla che assisteva ad una partita di pallavolo nella provincia orientale di Paktika, Afghanistan, uccidendo più di cinquanta persone, probabilmente non sapeva della decisione di Obama di rallentare il ritiro americano dal paese, che ha destato polemiche negli Stati Uniti. O se lo sapeva, non gli importava nulla, perché la metastasi talebana pare indifferente a ogni agenda altrui.

Conta nulla che ci sia ora un governo di unità nazionale, e conta poco la riduzione a ventimila uomini di un contingente internazionale che era arrivato a schierarne 180mila.
Quel che conta, casomai, è approfittarne, seminare paura e ribadire che il divertimento, fosse pure solo una partita di pallavolo, è peccato.
I talebani sono a un’ora di auto dalla capitale, l’esercito e la polizia afghane non sembrano in grado di farcela da soli.
Lì in mezzo restano ancora duemila italiani, tra quelli inquadrati nelle strutture di comando a Kabul, e il grosso che, abbandonate le basi avanzate, si è ritirato a Herat, nell’ovest del paese.
A fine dicembre finirà una lunga missione che ha visto migliaia di italiani in divisa darsi il cambio nel tentativo di aiutare l’Afghanistan a non essere una palestra per il terrorismo internazionale e a intraprendere un cammino di democrazia. Continua a leggere