Idee da sbarco

Bisognerebbe chiudere gli occhi, davanti ai naufragi.
C’è una  distanza – noi qui e il mare, là – che autorizza a penare in linea di principio, ideale. E nello stesso tempo autorizza qualcun altro a essere indifferente, o peggio. Bisognerebbe immaginare noi stessi su una barca, o su una spiaggia,  e pensare a delle grida di aiuto, e pensarci intenti a calcolare se ce la facciamo a salvare lo sconosciuto che grida, se siamo in grado di tuffarci o gettare una fune o un salvagente (si chiama così per quello: “salvare la gente”). Bisognerebbe chiudere le orecchie, davanti alle inconcludente della politica, alle correttezze e alle scorrettezze della politica, a quell’argomentare da lontano.
Non è facile, non c’è una soluzione facile.
O almeno, nulla di immediato, che si possa fare domani. Però si può iniziare, e provare ad essere concreti, sapendo che alcuni slogan (blocco navale, o centri di identificazione in Libia) non sono giusti o sbagliati, sono irreali. E’ irreale pensare di fermare le barche con la forza, irreale pensare di distruggerle nei porti di partenza, irreale pensare alla Libia, dov’è chiusa persino l’ambasciata, come un posto in cui apri centri di identificazione o altro.

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