Il libro che Battisti dovrebbe leggere

battistiSi parla di Battisti, in queste ore. Per ricordare quella vicenda ecco la prefazione che scrissi qualche anno fa per il libro “Ero in guerra e non lo sapevo” di Alberto Torregiani.

“Ho pensato spesso a lui, negli ultimi tempi. Ogni volta che la cronaca ha raccontato quegli episodi, rapine in villa o assalti a un negozio, che riaccendono il dibattito sulla sicurezza, sulla legittima difesa, sull’impunità di bande straniere. E ho pensato a lui, ad Alberto Torregiani, come a una reliquia di un tempo lontanissimo, dimenticato, che sembra aver insegnato poco, e lasciato dietro di sé solo mute testimonianze. Un tempo che sembra, a rievocarlo adesso, una preistoria segnata da riti crudeli, da idee assolute, da protagonisti feroci, tutte cose che sembrano non appartenerci più, al punto da sembrare estranei, una cosa altra da noi. Al nostro tempo appartengono, anche quando è una cittadinanza intollerabile, altre storie, altri protagonisti: la violenza di rapinatori che parlano un’altra lingua, la minaccia di un terrorismo che ha reso il mondo un villaggio globale nel quale la vicinanza è minacciosa, e non c’è guerra che non finisca per riguardarci, per coinvolgerci, anche quando non siamo noi a dichiararla, a volerla.


Allora, nel tempo che è stato di Alberto Torregiani ed è stato anche nostro, tutto era più piccolo: il terrorismo parlava la nostra lingua, ed era cresciuto nella nostra stessa religione, nella nostra stessa cultura. Le vittime e i carnefici avevano fatto le stesse scuole. E lo stesso banditismo aveva finito di essere, se mai lo era stato, la scorciatoia verso una ricchezza che aveva escluso tanti: perfino i criminali comuni si ammantavano di slogan politici, e i terroristi politici non scartavano le rapine, come un mezzo brutale e sbrigativo di finanziamento, rivestito da esproprio, da redistribuzione sanguinosa della ricchezza. Era un mondo in cui la vita valeva meno. La vita di tutti, fossero un agente di polizia o un carabiniere, un commerciante o uno studente, un dirigente d’azienda o un caporeparto, un giornalista o un passante, un avversario politico o un amico che tradiva la lotta. Era un mondo che aveva giocato con le parole, rivoluzioni e colpi di stato, e con gli slogan, nelle manifestazioni. Oggi ci scandalizziamo per uno striscione nelle curve di uno stadio, allora era un brusio incessante, sulle bocche e sui muri, sui volantini e sui giornali, che minacciava di farsi azione, e lo diventava.
Adesso certe parole d’ordine sembrano rivelare solo il disagio psichico di chi le traccia sugli striscioni, e più spesso la voglia inconfessata di scandalizzare, di fare notizia, di scuotere e turbare. Allora le parole d’ordine erano un annuncio, una promessa, qualche volta diventata realtà. Tutto questo costò molte vite, come in un frullatore impazzito della storia: nomi presto dimenticati, o rimasti simboli d’onore e di vendetta per schieramenti avversi, targhe e lapidi a un angolo di strada, e diventati infine lutti e memorie privati, quando il nostro piccolo mondo ha voltato pagina.
Siamo stati indifferenti? No, quel mondo finì di esistere e di contare i morti e di autodistruggersi perché una grande maggioranza dei cittadini e le loro istituzioni tennero duro, perché una classe politica oggi vituperata seppe portare fuori il paese da quel furore, perché i partiti e i sindacati fecero la loro parte, e perfino il buon senso contribuì, assieme all’orrore per tutta quella violenza, a far riporre i sogni nei cassetti, a una generazione che aveva sognato con troppa facilità. E finì di esistere perchè era un mondo che, nonostante tanti proclami, era rivolto all’indietro, al passato, a ideologie che stavano già agonizzando. Basta percorrere l’atlante con l’indice per capire quanto vecchio fosse quel mondo nuovo, se guardiamo alla Cina o alla Russia di oggi, a Cuba e al Cile, al Medio Oriente e al Vietnam, all’Angola o al Sudafrica.
Di quel tempo sono stati raccontati, per immagini e per parole, molti ritratti. Spesso restituiscono con efficacia l’atmosfera di quegli anni, fissata in icone: l’autonomo piegato con le mani che impugnano una pistola, il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio di un’auto. Ma quello che inevitabilmente sfugge è la misura di cosa fosse allora la vita quotidiana, e come uccidere e morire fosse diventata una cosa normale, in una sala d’attesa di una stazione o ai bordi di un comizio, sulla porta di casa o del negozio. Qualcuno, sì, si ostina a considerarli anni radiosi. Del resto non furono gli intellettuali di allora, a brillare per comprensione delle cose, per capacità di intuire che in ballo era non la bilancia tra contestazione e repressione, ma la stessa democrazia, e le sue regole di convivenza. E non sono gli intellettuali di adesso a restituire come un promemoria per quelli che sono venuti dopo l’eredità di dolore e di lezioni che quel tempo ha lasciato dietro di sé. Per questo è preziosa la testimonianza di uno come Alberto Torregiani. Perché giunge come un mormorio limpido e terribile da un tempo dimenticato, e colpevolmente, ingiustamente dimenticato.
Ci si divide su resistenza e guerra civile, sull’esistenza dei giusti e sulle leggi razziali, sulla natura delle nostre guerre lontane. Ci dividiamo sul mondo di oggi, sull’Iraq o sull’Iran, sulla globalizzazione e il debito estero, sull’America e l’idea che abbiamo dell’Europa, sul multiculturalismo e i valori occidentali.
Ma su quel passato prossimo c’è una sorta di silenzio, di riserbo. Comprensibile, perché sono ferite fresche, e spesso scomode, imbarazzanti. Perché è facile parlare della ferocia delle bande slave, o del fanatismo dei fondamentalisti. Più inquietante riconoscere la ferocia che è stata nostra, il fanatismo che è stato nostro.

E Alberto Torregiani con la sua mite e sconvolgente testimonianza, è un messaggio in bottiglia, sono le parole del naufrago dimenticato, è il relitto di un nostro naufragio collettivo.  Ho esitato, adesso, a scrivere la parola “relitto”, nel timore che potesse contagiare, in qualche modo, l’idea che il lettore si può fare della vittima Torregiani Alberto. Perché l’autore di questo libro, il messaggero di questa testimonianza è una persona, invece, forte e serena. Ed è proprio questa sua normalità a rendere inquietante la sua presenza tra di noi, a rendere duro il suo racconto. Perché se invece suscitasse, Torregiani, la pena che pure qualche volta, anche dissimulandola, proviamo per la persona che porta i segni di una malattia, in qualche modo avremmo pagato il prezzo della nostra quieta normalità, del nostro essere sopravissuti a tutto, incuranti, e dimentichi.
No, in qualche modo non siamo noi a guardare dall’alto in basso Alberto Torregiani seduto su una carrozzella, non siamo noi a distribuire, ritti in piedi, un po’ di pietà a chi è seduto per sempre. No, è lui ad avere una sorprendente, tranquilla forza, una specie di serenità che non teme di lasciar intravedere le ferite dell’anima, e che guarda e racconta con uno sguardo forte e pietoso nello stesso tempo.

Ha conservato la stessa innocenza che lo accompagnava quel 19 di febbraio del 1979, quando nacque a una seconda vita nel giorno del suo sedicesimo compleanno. Una seconda vita segnata da un caso balistico, che ha il sapore dell’oltraggio: il proiettile che lo uccise e lo fece rinascere venne sparato per salvarlo, per proteggerlo, per salvare il suo destino di ragazzo, bravo a giocare al pallone.
E’ diventato un’altra cosa, un altro uomo: non sfuggì a quel proiettile, ha saputo sfuggire al rancore. Come e perché è lui a raccontarcelo. Noi, semplicemente gli siamo grati per essere quello che è, e per come ci aiuta a ricordare, esistendo e scrivendo, i giorni in cui era possibile, e dunque accettabile come razionale parte delle nostre vite, quello che successe il 19 di febbraio di ventisette anni fa.

E’ un libro che dovremmo leggere tutti, e più ancora i giovani che non c’erano, perché imparino dove conduce l’odio, e capiscano la forza dell’innocenza. Non sarebbe male lo tenesse, questo libro, sul comodino anche Battisti, perché le cose disarmate che dice sono più forti di ogni estradizione, di ogni condanna, di ogni fuga”.

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5 risposte a “Il libro che Battisti dovrebbe leggere

  1. Confido la sostanza e sottolineo la forma. Fa veramente piacere leggere uno scritto bello, chiaro, scorrevole e semplice. (liceo classico docet?)

  2. complimenti lei è uno dei migliori giornalisti italiani (purtroppo siete in pochi) i suoi articoli colpiscono al cuore delle persone, grazie

  3. Buonasera.
    Ma di cosa stiamo parlando ? Battisti è solo un delinquente che, usa la sua vigliaccheria per non pagare d’azio. E’ solo un personaggio che,armato di pistola ha ucciso persone inermi. L’unica cosa che merita è la pena di morte o l’ergastolo. Altro che, leggere libri. Vissuto in latitanza a Parigi e in Brasile. Ma, i soldi per vivere, chi gli e li ha dati ? sicuramente partiti vicini alla sinistra estrema. Se questo governo, non ne chiede l’estradizione, vuol dire che è suo complice e gli stessi poteri forti della sinistra, lo difendono a spada tratta. Questa è la verità. Tutto il resto sono solo chiacchiere da bar. Sicuramente sarò censurato dalla Redazione ma, sinceramente la cosa non mi tocca. Questa è la mia idea e nulla
    al mondo, me la farà cambiare.
    Cordialmente.

  4. Battisti, il libro, lo deve leggere dalla galera. Tutto il resto anche il romanzetto scritto’ restano solo parole.

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