La suggestione dello jihadismo

jihadLe leggi, che pretendono di organizzare il mondo, faticano a modellarsi sull’infinita complessità dei destini personali. Da oggi, per decreto legge, è reato partire per combattere sul suolo straniero.  E allora vale anche  per Marcello Franceschi?

Il venticinquenne di Senigallia era in Siria come cooperante. Ha visto l’orrore, si è unito ai curdi di Kobane per combattere l’Isis. A leggerlo con i tempi lunghi della Storia è un decreto che condannerebbe  Garibaldi e  i volontari di Spagna, quel veneto che partecipò alla rivoluzione castrista e un ragazzo piemontese che morì in Salvador, e insomma un mucchio di persone che si batterono per cause giuste o sbagliate, ma sempre con una qualche generosità, e molte nobili illusioni.
Ma anche a leggerlo con gli occhi come fessure sul presente, non ci fa vedere nulla  sui processi ideali e psicologici che conducono a certe scelte definitive.  Siamo ignoranti, noi tutti, in materia, spaventati dal trionfo dell’orrore al punto da non capacitarci, dal ritenerlo follia incomprensibile.

Quali labili tracce hanno lasciato gli jihadisti italiani?
Intanto hanno fatto giustizia di almeno tre luoghi comuni: non sono scelte solo maschili, né scelte di soli stranieri, né scelte maturate in moschea.  Lo  jihadismo italiano è nata da una donna, una convertita, Barbara Aisha Farina, milanese, attraverso la rete. I reclutati al suo jihadismo virtuale sono stati innanzitutto italiani convertiti.  Tra loro non poche donne, ed è difficile sottrarsi alla tentazione di dire che l’amore abbia contato, in certe scelte, almeno quanto la facile collocazione in una gerarchia di regole certe come quella islamica: non più la donna che deve essere bella, non più la donna che è sola davanti ai figli e alla carriera, non più le incertezze e le solitudini della libertà.  Due tra le figure note, entrambi cresciuti nel bresciano, Jarmoune e Anas El Abboubi, in un carcere italiano il primo e in Siria il secondo, sono marocchini, ma venuti in Italia quando avevano sei e sette anni, con famiglie ben integrate: entrambi lontani da moschee, entrambi frequentatori della rete.
Per il resto diversi:  timido e solitario l’uno, rapper l’altro.

Il terzo caso noto è quello di  Giuliano del Nevo, morto in Siria. Aveva un lavoro, appoggi familiari, e nel suo brancolare in cerca di qualcosa di più, qualche simpatia per il fascismo. Cosa hanno trovato nello jhadismo?  Un protagonismo inserito in una comunità, un ventaglio di valori forti, un libricino di doveri  chiari e immediati, e la possibilità di ribaltare il mondo, e spaventare l’ipocrisia, squarciare le scale sociali.

Se vuoi ribellarti oggi in Italia che cosa ti offre il mercato?
Le curve del calcio, la Tav,  qualche contestazione politica: poca roba, in confronto.

Ma il caso più straniante è quello di  Giampaolo Filangieri,  calabrese cresciuto a Bologna, che si presenta alla frontiera dichiarandosi, ai curdi,  pronto ad arruolarsi nell’Isis. Non era nuovo alle cronache:  da vagabondo a Granada, in Spagna, era stato duramente  picchiato da un branco di adolescenti, che avevano perfino filmato la scena.
Quando la cosa era approdata in tribunale, e i colpevoli condannati a un risarcimento di 3000 euro, di lui non c’era più traccia, aveva lasciato l’ospedale da tempo, senza recriminare o pretendere qualcosa.  Tanto che qualcuno si era messo alla sua ricerca, e ne era stata interessata persino la trasmissione Chi l’ha visto.  E’ riapparso dalle parti di Erbil, e i familiari adesso dicono che era uno “suggestionabile”. Forse dovremmo dirlo di tutti: la suggestione di un mondo dove tutto è giusto o sbagliato, con linee nette, dove  il destino non è più sfiga o fortuna o ingiustizia ma il volere di un Dio, dove l’autodistruzione e la morte altrui sono un traguardo esplicito e benedetto, dove il buio di una vita grigia è sostituito dalla luce di un paradiso che sembra un luna park.

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