La peste

pesteCe l’hanno insegnato al liceo, tra le righe, di Orano e dei topi che vengono a morire in strada e nei corridoi, annunciando una città in quarantena, e i destini messi alla prova: Camus come una metafora del male, del nazismo. Se dovessimo leggere lo spettro di Ebola come una metafora del nostro tempo, dovremmo dire che in controluce vediamo le decapitazioni dell’Isis, la fine di Kobane, il contagio jihadista fin nel cuore dell’Europa. Che non sta meglio di suo, dalle offese dei mutamenti climatici alla fine di un modello sociale ed economico, con generazioni intere votate alla precarietà, calo demografico e immigrazione non governata, e la silenziosa paura che nulla tornerà a essere come prima.

Non è l’assedio, ma l’insidia insistente e fastidiosa: non siamo malati, non siamo vittime del terrorismo, ma potremmo essere entrambe le cose, è questo il pensiero che fatichiamo ad ammettere.. E proviamo a vivere come sempre, solo un po’ più circospetti.

Le crociere invernali che bordeggiavano l’Africa dell’ovest hanno cancellato le soste in Ghana, Gambia, Senegal (finora solo un caso di Ebola in Senegal, nessuno in Ghana e Gambia) rimpiazzandole con Marocco, Capoverde e Sudafrica. Ma nei primi sei mesi di quest’anno 517 milioni di turisti (22 milioni in più rispetto all’anno precedente) hanno visitato un paese straniero, ed è difficile pensare a una quarantena globale, anche se gli esperti prevedono tempi magri per la compagnie aeree.

La paura, come un ratto virtuale che esce dalle cantine, si affaccia qua e là, improvvisa, e spesso infondata: un’aula di tribunale a Milano, una stupida voce sulla salute di un giocatore africano del Milan. Già, il calcio e la Coppa d’Africa, come un campo di untori.

Non sappiamo cosa succederà ma intanto è istruttiva la storia della nazionale di calcio della Sierra Leone, cui da agosto è stato vietato di disputare incontri nel proprio paese, e che da allora vaga come un team apolide giocandosi la qualificazione per una Coppa d’Africa che è una scommessa.
La nazionale delle Seychelles ha preferito perdere la partita a tavolino piuttosto di ospitare la Sierra Leone. Quando hanno giocato in Congo, oltre a perdere la partita, i nazionali della Sierra Leone si sono sentiti offendere dal coro “Ebola, Ebola” indirizzato loro dagli spalti (come se alle prossime partite di Genoa e Sampdoria qualcuno li accogliesse al coro di “alluvionati, alluvionati”. In passato è successo con le squadre di città terremotate).

In Costa d’Avorio i giocatori avversari hanno evitato di stringere loro la mano, in Cameron si sono visti misurare la temperatura due volte al giorno. Ovvio che nessuno abbia chiesto loro di scambiare le magliette a fine gara.

Gino Strada, che ha coraggiosamente raggiunto l’ospedale di Emergency in Sierra Leone, ha raccontato dell’inevitabile timore di mettere al collo, sul barchino che lo ha portato a Freetown, un salvagente indossato prima da chissà chi. Cambieranno le nostre abitudini quotidiane? Diventeremo tutti come quei turisti giapponesi con la mascherina?

In realtà da tempo abbiamo preso le distanze dal contatto fisico: si è amici su Facebook senza mai essersi incontrati, ci parliamo via chat, ci scriviamo via mail –senza inumidire alcun francobollo – twittiamo e tutto il resto. Né sudore né lacrime, né mani : viviamo in una bolla. E cerchiamo di indossare quello scafandro di plastica psicologico anche davanti alle decapitazioni e al cimitero di Kobane, a quell’onda di sangue e lacrime controcorrente. Rimangono pochi spazi consacrati e riservati alla commozione e allo sdegno: l’orsa del Trentino e il ritorno delle pellicce, il nonno che si uccide con il bambino e il ciccione umiliato, gli angeli del fango e i sindaci. Ma basta che un cane spagnolo abbia avuto il torto di essere il cane di un’infermiera contagiata, e la riserva finisce.

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