Non ci salveranno i selfie

selfieSiccome incomincia a fare freddo l’Ice Bucket Challenge – la secchiata d’acqua fredda-  lascia il posto a un’altra  iniziativa che si propone di essere benefica: il selfie appena svegliati, senza make up, promosso da Unicef, e già forte della partecipazione di alcune star.
Non ho nulla da dire su queste forme di beneficenza, e in realtà non ho nulla da dire neanche sulla mania dei selfie. Guardo ogni tanto sorpreso alle mode più estreme, certi selfie sui grattacieli o più intime, i selfie in bagno, ma non ho proprio nulla da dire, e mi capita di prestarmi a selfie con conoscenze occasionali che non trovano qualcuno davvero famoso. Mi incuriosisce solo che ho avuto a lungo per compagno di viaggio un cameraman, l’amico fraterno Salvo La Barbera, che si faceva i selfie prima che diventassero tali. E io lo prendevo in giro, dicendogli che mi davano un’idea di tristezza, quel braccio che si intravvede come se nessuno potesse scattarti una foto, una specie di manifesto della solitudine – così mi sembrava, e forse era orgogliosa autosufficienza – una masturbazione dell’immagine.

Invece Salvo precorreva i tempi, e io non lo capivo. Tutto questo per dirvi che sono rimasto sorpreso, invece, quando ho visto la polemica sui selfie alla Mecca. Voi sapete che ogni buon musulmano deve compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Pietra Nera, e che spesso risparmiano i soldi per anni, e quando arrivano a compiere il viaggio sono anziani. Così il titolo che spetta a chi ha compiuto il pellegrinaggio – “haji” – è diventato un po’ il sinonimo di anziano, tanto che qualche volta da quelle parti sono stato soprannominato “haji Toni”, anche senza aver fatto nessun pellegrinaggio (del resto i luoghi sacri sono vietati agli infedeli), un po’ come a dire “zio Toni”, o il vecchio Toni.  Sorpreso perchè adesso c’è chi non ha bisogno di risparmiare per una vita, e va alla Mecca da giovane, e come un giovane si fa il selfie. E lo posta, ovviamente, twitter o FB o altro.

E’ lì che sono scoppiate le polemiche, tra chi si esibisce nei luoghi santi e chi lo trova irrispettoso. Polemiche in cui non ho titolo per entrare, e mi piace invece notare come certe mode, e certi  modi di essere scavalchino barriere e culture e perfino fedi.

Certo: è un po’ come i jeans e il gel sui capelli, che davano una spetto qualunque a un aspirante terrorista suicida che una volta ho intervistato in Cisgiordania: i dettagli non cambiano la natura profonda delle cose. Ma illudono che siamo tutti uguali, come in una pubblicità di Benetton, il mondo come un girotondo colorato.  Mi chiedo qualche volta se i combattenti dell’Isis che giungono dalla Gran Bretagna sono tatuati, cosa che l’Islam proibisce. Almeno i rapper, penso di sì. Ma non cambia nulla, per quanto i tatuaggio abbiano in fondo il solo fascino di essere per sempre, in un mondo in cui tutto, dall’amore al posto di lavoro è precario. Purtroppo la globalizzazione delle merci e dei dettagli e delle mode e dei corpi firmati, e della comunicazione 2.0 non è l’affermazione  di un mondo pacifico, senza conflitti, vicendevolmente curioso, e il mezzo non è come ci insegnano nelle Università, il contenuto.

Il contenuto – le idee, le convinzioni profonde, il modo in cui conserviamo i ricordi non affidati a supporti informatici – sono un’altra cosa. Sì, vogliamo tutti essere felici, ma ognuno intende una cosa diversa, o non intende alcunché. Per questo non mi sorprende che gran parte del reclutamento per l’Isis avvenga nei social forum, e non attorno ai sermoni nelle moschee. Anzi, il mondo impalpabile e in qualche modo anonimo della rete libera spesso le parti più nascoste, e non necessariamente migliori,  di ciascuno di noi, sia che commenti una partita di calcio che un delitto, o una decapitazione.

Ma è un anonimato da cui si può uscire, e lasciare una traccia di sé, anche solo con un selfie. Se un giorno qualcuno scoprisse che qualcuno si è fatto un selfie accanto al morituro in camice arancione, non resterei sorpreso. L’unico selfie che mi sorprenderebbe sarebbe quello accanto a un malato di ebola, perché nessuno ovviamente vuole che quella traccia di sé sia l’ultima.

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