Lettera da Damasco 2

Ieri non ci è stato possibile raggiungere Maloula. Nonostante avessimo ottenuto i permessi, con qualche ora di attesa al Ministero dell’Informazione, il via libera per percorrere gli ottanta chilometri verso nord non è mai arrivato.
La strada, anche quella che compie dei larghi giri per evitare la terra di nessuno sotto tiro, non era sicura.
Abbiamo impiegato il tempo dell’attesa girando per Damasco. Il traffico caotico di una città di cinque milioni di abitanti il cui numero è raddoppiato per l’afflusso dei profughi.
L’uscita degli scolari e degli studenti dalle scuole, i bar e i mercati affollati: la scena che racconta come ogni città di guerra si aggiusti a una sua normalità. Ogni tanto si sentono i colpi sordi dell’artiglieria, sparati da qualche postazione vicina. I passanti ci hanno fatto l’abitudine, e nessuno si scompone. Ma è difficile non pensare che nello stesso momento quei colpi cadono, e uccidono, e non solo e sempre i combattenti, nei sobborghi della capitale. Ma l’attesa della telefonata che ci consentisse di andare a Maloula non è stata vuota. Perché siamo andati a Yarmouk, e siamo finiti in un’altra guerra.
Yarmouk è un campo profughi palestinesi, e qualcosa di più. In cinquant’anni dalla sua nascita è diventato una vera e propria città. Duecentoquarantamila palestinesi ne hanno fatto la capitale della diaspora, il campo profughi più grande in tutto il Medio Oriente.
Per due anni, dall’inizio della guerra civile siriana, i palestinesi hanno cercato di tenersene alla larga.
Anche se Hamas ha aperto il campo a una lenta infiltrazione dei gruppi armati, in larga parte fondamentalisti, che hanno raccolto, allo stesso tempo, ospitalità e seguaci e costruito alleanze, in vista di quella che sembrava una vittoria vicina e inevitabile. Alla fine l’hanno fatta da padroni, e hanno cominciato a cacciare chi insisteva per la neutralità. Ed è stata guerra, una guerra tra palestinesi.
Tra gli abitanti del campo, cinquantamila sono fuggiti in Libano, diecimila sono intrappolati in quello che è diventato un campo di battaglia, gli altri sono accampati nei parchi e nelle moschee della capitale.
Ai bordi del campo, un pronto soccorso e una stanza che funge da ospedale, entrambi senza medicine, sono stati ricavati nelle cantine di quelli che erano stati negozi. Gli uomini del Fronte Popolare- Comando Generale di Ahmed Jibril ci portano dentro il campo.
La prima linea è a duecento metri, oltre i pochi isolati che in quattro mesi di battaglia sono riusciti a riprendersi. Alcuni sono poco più che bambini,sedicenni magri con armi più grandi di loro. Gli edifici sono scarnificati dalle sparatorie, sembra uno scenario da Blade Runner.

Grandi teli tesi sui vicoli cercano di oscurare la visuale dei cecchini. Si corre da una casa all’altra, ma gran parte del percorso verso la linea del fuoco avviene di casa in casa, attraverso pareti sfondate. Nell’ ultima postazione uno specchio, fissato tra i sacchetti di sabbia, funziona da specchietto retrovisore e consente di controllare la strada senza sporgersi alla vista dei cecchini. Ogni tanto cade una granata, e colpi di fucileria intermittenti. Attorno è la fine di un mondo, che mi ricorda la prima linea di Mostar, la linea verde di Beirut, ogni angolo urbano in cui la guerra diventa una caccia all’uomo lenta e fatta di scoppi improvvisi, un modo di sopravvivere tra noia e odio, a caccia di qualche metro in più, contendendosi macerie, calcinacci e silenzio.
“Lo riprenderemo, il nostro campo. Per noi è una piccola Palestina, e non vogliamo essere profughi per sempre”, mi sussurra il capo di questa banda di combattenti fatta di ragazzini, di feriti rimandati al fronte, di armi disparate e bombe a mano artigianali. Ha cinquant’anni, è nato qui. Non c’è nessun siriano, tra loro, e nessun ritratto di Bashar Assad nelle loro trincee. “Vogliamo solo liberare il campo, la Siria è cosa loro, noi siamo neutrali”. Fa fatica ad ammettere che anche dall’altra parte ci sono palestinesi e sottolinea la presenza di ceceni e nordafricani. “Ci urlano atei, ma cos’è l’Islam, ridurre così le nostre case ?”. Un analista parlerebbe di somalizzazione, ma gli esperti non vengono mai in posti come questo. L’ultima immagine è quella di un uomo che ci raggiunge, un fucile da caccia a tracolla e un piccione in mano. E’ la cena per la sera che incombe. Il contagio della guerra, che nessun ospedale da campo riuscirà mai a curare. Una guerra a parte, sola e sorda.

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3 risposte a “Lettera da Damasco 2

  1. L’idea di un diario di viaggio è stupenda.
    Grazie per aver deciso di condividerlo con noi. E’ un grande onore per me leggere i suoi pezzi ricchi di umanità.
    Mi raccomando torni presto a casa.
    Con affetto

    Lucrezia

  2. I tuoi racconti veraci mi fanno tremare e star male. Ma nello stesso tempo sperare.
    Grazie Toni. Continua ad essere la bocca della verità…

  3. Mentre , nonostante tutto ,con stupore e ammirazione leggo le pagine di questo dario , il pensiero questa volta e’ per lei caro Toni……per la sua vita che attraversa le guerre. La ringrazio di condividere tutto questo

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