Lettera da Damasco 1

Spari nella notte, cari amici. Fossi capitato qui a Damasco in un altro momento mi sarei detto, stanotte, che i ribelli sono ormai alle porte della città. Ed è vero, c’erano almeno due battaglie in corso, e mi sono addormentato, stanco di un viaggio complicato, nel vecchio, familiare e sempre uguale rumore della guerra.
Ma in realtà le cose stanno cambiando, qui. L’esercito lealista è all’offensiva, e si deve dire il contrario, che i ribelli sono “ancora” nei sobborghi della capitale. Ma subiscono sconfitte: ieri un centinaio si è arreso nel quartiere di Sayyada Zenab, a Tafas hanno subito perdite (52 uccisi, e i ribelli dicono che tra loro c’erano 19 civili, tra cui sei bambini), attorno a Daraa è stato ucciso il comandante di una brigata di insorti, Yasser Abud, e tutti, qui, parlano della prossima, decisiva battaglia del Qaramoun, la striscia di terra che comincia poco a nord della capitale e finisce a Homs.
Cosa sta succedendo? Succede che una rivolta iniziata pacificamente due anni e mezzo fa si è trasformata in guerra civile. Per due anni ha avuto la simpatia distratta del mondo, e l’appoggio di molti paesi, ed è arrivata a controllare più di metà del paese. Poi è cambiato tutto. Saranno stati i sequestri, o forse il fatto stesso che la rivolta è stata sequestrata dai guerrieri della jihad, saranno state le persecuzioni contro i cristiani, ma quel piccolo patrimonio di distratta simpatia si è esaurito. Forse il bacio della morte sono state le tentennanti minacce di intervento di Obama, forse il bacio della vittoria per Assad è stata l’abilità di Putin: sta di fatto che l’America è rimasta con il cerino acceso in mano, che l’Europa è ridotta a contare i profughi siriani, che a Ginevra 2 – il tavolo delle trattative che dovrebbe fornire il laccio emostatico alla guerra civile – le sedie vuote rischiano di essere quelle di un’opposizione debole, divisa e ininfluente sul terreno.

Il lavoro degli ispettori Onu procede in modo tutto sommato soddisfacente, e che si continua a morire, in Siria, ma non più per armi chimiche.
Vorrei raccontarvi questo cambio epocale – addio Iraq, addio Afghanistan, addio Libia, con i loro bilanci modesti – attraverso un diario di viaggio. Senza la pretesa di dire tutto. In guerra, si ripete, la prima vittima è la verità. Proverò a raccontarlo stando da una parte del fronte (dall’altra uno acquista un bonus per il sequestro…) e ricordandolo a me stesso, ma senza altra pretesa che dire quel poco che uno, in situazioni come queste, riesce a vedere da vicino.

Questo pomeriggio vado a Maloula, il villaggio cristiano dove tutti sanno, come in una didascalia da Pro Loco, si parla aramaico, la lingua di Gesù. Ritornerò domani, e dunque la prossima lettera vi arriverà tra un po’.

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